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La Repubblica / Affari & Finanza

La sfida dei vitigni autoctoni alla concorrenza internazionale: i vignaioli italiani possono contare su circa 35O varietà coltivate contro le 8 internazionali più diffuse. La certificazione del notaio ... Marco Caprai, uno dei più dinamici vignaioli d'Italia, lancia la sfida. Fa certificare la purezza del suo Sagrantino (il vitigno umbro diventato grazie a questa cantina un must internazionale) dal notaio. Firma un contratto con i consumatori per garantire che nelle sue bottiglie c'è "Sagrantino al cento per cento". Non è un attacco alle Doc, ma è giocare d'anticipo sulla direttiva UE che dal 2005 imporrà totale tracciabilità dei prodotti agroalimentari. E' anche un elemento di chiarezza perché sono molti coloro i quali per ottenere maggiore piacevolezza dei loro vini interpretano elasticamente i disciplinari.
L'iniziativa di Caprai sottolinea un tema centrale: la ripresa degli autoctoni, come risposta alla concorrenza internazionale. Lo sanno bene in Toscana dove hanno migliorato tantissimo il Sangiovese rosso. E' vero che il successo della Toscana in bottiglia ( è la prima regione al mondo per esportazione) è partito dai Supertuscans (cioè blend di vitigni internazionali) ma è altrettanto vero che oggi per tenere mercato (un esempio lo sono alcune aziende emergenti come Poggio Bonelli o Petra e altre affermatissime come Fonterutoli o Antinori) si fa garrire la bandiera della tradizione, tenuta alta da cantine storiche come Biondi Santi. E lo stesso vale per il Piemonte dove un eccesso di discussione tra novatori e tradizionalisti (da segnalare i progressi di Fontanafredda) rischia di mettere in crisi l'immagine del Barolo, grandissimo vino da uva Nebbiolo, e dove peraltro si è riscoperta la Barbera.
Non diversamente da quello che accade nel centro Italia dove si punta sul Montepulciano d'Abruzzo (grandissimo quello di Valentini, ma in ascesa anche i marchigiani come Umani Ronchi, Moroder, Le Terrazze). Il Friuli ha trovato nei Tocai e Refosco dal Peduncolo Rosso (Felluga, Venica, Villa Russiz, per dirne alcuni) una nuova chiave di successo, ma punta anche su vitigni non facili come il Pignolo (Jermann), la Ribolla Gialla (Gravner), la Malvasia (Caccese). Il Veneto ha riscoperto la Garganega rilanciando in grande stile il Soave (Pieropan, Castello, Coffele) e riafferma l'Amarone (Masi, Allegrini, Quintarelli). Ma è soprattutto il Sud che può dare con i suoi autoctoni grande spinta al mercato. Un esempio lo dà la Sardegna con Carignano (Santadi), Cannonau (Argiolas) e Vermentino, lo dà la Campania con i suoi bianchi Greco di Tufo e Fiano o con un grande rosso: l'Aglianico. Lo dà soprattutto la Sicilia che con Inzolia tra i bianchi e Nero d'Avola (Donnafugata, Feudo Principi di Butera, Calatrasi) tra i rossi è ormai una delle terre da vino più importanti, per tacere della suggestione dello Zibibbo (Murana, Abraxas). E dagli autoctoni vengono nuovi impulsi per terre da vino in crescita: si pensi al Lazio con la Cesanese, all'Oltrepò con la Bonarda, all'Alto Adige con il Traminer e il Lagrein, al Trentino con Marzemino e Teroldego. Insomma il vigneto Italia che conta oltre 350 varietà coltivate, contro gli otto vitigni internazionali più diffusi al mondo (Cabernet, Merlot, Pinot Noir, Petit Verdot, Syrah, Chardonnay, Sauvignon, Viogner per dire i maggiori) è la migliore risposta all'omologazione del gusto.

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