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La Repubblica / Affari & Finanza

Parla Ezio Rivella (Uiv) - La prima idea: "Moltiplicare le iniziative di marketing fa soltanto bene alle cantine italiane" ... Ezio Rivella è il presidente dell’Unione Italiana Vini, prestigiosa istituzione che riunisce da quasi un secolo i migliori produttori italiani. Lui ha voluto MiWine con la stessa determinazione con cui ha lanciato importantissime cantine (Castello Banfi). E non ha smesso di fare vino: ora lo produce in proprio a Montalcino, in Piemonte in Maremma.
Cavalier Rivella c’era proprio bisogno di un’altra Fiera?
«Beh, da presidente dell’Unione Italiana Vini dico che in questo momento moltiplicare le iniziative di marketing per le cantine italiane fa solo bene. Negli ultimi tempi abbiamo dovuto respingere per esaurimento degli spazi molte cantine che volevano esporre».
Allora comunque vada MiWine sarà un successo?
«Credo di sì: abbiamo 1300 espositori, non abbiamo più un metro disponibile, i buyer internazionali saranno tutti presenti, almeno 350 giornalisti».
Com’è nata questa rassegna?
«Dal desiderio di Fiera Milano di entrare in questo settore per completare la filiera del made in italy e dalla necessità delle cantine di darsi strumenti di forte rappresentatività: MiWine sarà oltretutto biennale proprio per inserirsi bene nel calendario internazionale. E poi Milano è una piazza troppo importante per poter essere trascurata. Devo dire che da quando ho cominciato a parlare con il dottor Flavio Cattaneo di questa fiera ho sempre trovato grande sostegno in Fiera Milano che ha assicurato alla rassegna la copertura finanziaria. Un investimento importante ma il ritorno è stato altrettanto positivo. MiWine è nata dal bisogno che questo settore ha di allargare il perimetro di mercato. E questa è una fiera che farà vendere. E poi secondo me il costo contatto di una fiera è sempre ben al di sotto di quanto spendono le cantine per andare in giro a promuovere i loro vini. I piccoli non se lo possono più permettere».
Allora anche lei conferma che c’è aria pesante in giro?
«Non c’è dubbio che stiamo vivendo una fase critica. Il mercato interno è pesante, all’estero si fa molta fatica a vendere. Peggio di noi stanno i francesi, ma non è una consolazione».
E le cause quali sono?
«Settore frammentato, una parte di speculazione e di improvvisazione e un eccesso di burocratizzazione. Dobbiamo snellire le Doc: poche regole per permettere alle aziende di stare sul mercato. Australiani & Co annusano il mercato e lo servono con grandi quantità e buona qualità. Noi siamo troppo vincolati e troppo presi dall’idea che dobbiamo fare solo vini di altissima gamma. Ma i mercati si servono con i numeri. Mi auguro che la riforma della 164 (la legge sulle Doc, ndr) dia anche all’imprenditore vitivinicolo quella liberà di cui tutte le imprese devono godere».

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