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La Repubblica / Affari & Finanza

Dalla vendemmia ai cantanti ormai si scommette su tutto ... Il mercato del vino è quanto di più imprevedibile si possa immaginare. Imprevedibile ma anche molto importante sia per dimensioni quantitative che per valore. Bene: anche questo mercato è finito nel turbillon dei possibili indici cui agganciare i covered warrant. E’ diventato insomma un "sottoposto" (underlying è il termine tecnico originario) su cui speculare, con tutte le sue incognite in termini di variabili meteorologiche, di volumi della vendemmia, di qualità del prodotto, di andamento della domanda. Un "sottoposto" come tantissimi altri, dalle azioni di società quotate agli indici, dalle obbligazioni ai corsi valutari fino all’infinita gamma delle commodities, tutte attività patrimoniali sulle quali è possibile puntare sia al rialzo che al ribasso.
Insomma, si scommette su tutto. Già da qualche anno per esempio sono diventati oggetto di speculazione le fortune di artisti, da David Bowie a Jennifer Lopez. Per tutti vale lo stesso identico meccanismo: il warrant, qualsiasi esso sia indipendentemente dal parametro patrimoniale al quale è agganciato, è negoziabile in Borsa. Diventa un titolo a tutti gli effetti, e come la maggior parte dei titoli presenta rischi "totali": si può perdere cioè fino all’ultima lira in caso di fallimento. Entro la data di scadenza l'investitore può esercitare il diritto di vendita o acquisto conferitogli dal covered warrant, incassando o perdendo il controvalore pari alla differenza tra il prezzo di mercato dell'attività sottostante e lo "strike price", cioè il valore prefissato al momento dell’acquisto del titolo. E vale anche qui la differenza fra covered "americani", quelli cioè la cui opzione può essere esercitata in qualunque momento prima della scadenza, ed "europei", la cui opzione può essere esercitata soltanto alla scadenza.
Certo, man mano che l’attività patrimoniale su cui si investe indirettamente diventa "esotica", come dicono i tecnici, i rischi aumentano. In questo caso uno dei principali elementi che può condizionare il risultato dell'investimento è infatti il grado di liquidità del covered warrant: rilevanti volumi di negoziazione, quali evidentemente non possono esistere su un titolo basato su un cantante o su un raccolto di vino, garantiscono sia la possibilità di disinvestire prontamente che quella di ottenere prezzi più competitivi. Non di rado accade che a prezzi più convenienti (in termini di volatilità implicita) corrisponda una ridotta liquidità. E questo può rendere difficile, o addirittura impossibile, rivendere i propri warrant in futuro. E’ ovviamente anche importante controllare il lotto minimo di negoziazione. Un lotto minimo non elevato può infatti essere di ostacolo per la liquidazione futura dell'investimento. Infine, lo spread denarolettera è importante nella scelta dell'emittente in quanto rappresenta il costo implicito del disinvestimento imposto dal marketmaker che ha emesso il titolo. Il problema è quello noto del potere dei cosiddetti marketmaker: il mercato dei covered warrant, a differenza di quello degli altri titoli derivati, non è simmetrico, e l'emittente, cioè il market maker, a causa della mancanza di competizione, ha una posizione di vantaggio. Infatti, se da un lato il market maker, dovendo esporre prezzi denarolettera, svolge una utile funzione per gli investitori, l'assenza di competitività fa sì che i prezzi siano più o meno unilateralmente determinati dall'emittentemarket maker. Il market maker insomma, anche se agisce entro i limiti normativi, trae grossi vantaggi dalla sua posizione.

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