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La Repubblica / Affari & Finanza

Il vinoLego dell’Ue può bruciare il made in Italy di vigne e cantine ... L’hanno già ribattezzato il vinoLego, il vino che si monta con tanti diversi mattoncini: un po’ di tannino, meno zuccheri, più legno e tanta fantasia. Un vino che si può costruire a tavolino, nei grandi stabilimenti industriali, e non importa né dove né come è cresciuta l’uva. E dove lo si fa. Basta l’etichetta, magari di provenienza italiana, e poi lo si manda in giro per il mondo, magari in Svezia o Norvegia. Venduto a due soldi alle giovani generazioni che ancora devono affinare il palato.
Trend che si sono affermati in altri paesi, come l’Australia e la Nuova Zelanda. E che ora potrebbero prendere piede anche nell’Unione Europea con il rischio di tagliare fuori dal mercato mondiale uno degli ultimi asset dell’economia italiana: i grandi marchi della viticoltura italiana. Sul fronte dei trucioli, per impedire che a Bruxelles, nell’ambito della riforma del settore messa a punto dalla commissaria Mariann Fisher Boel, venga approvata la legge che consente di sostituire l’affinamento nelle piccole botti con infusioni di trucioli è sceso in campo un fronte trasversale che vede schierati contro questa definita come una barbarie parlamentari come Tabacci e Cacciari che hanno firmato nei giorni scorsi una mozione presentata da Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente, e sulla quale si sono mobilitati Città del vino, Coldiretti e Legambiente. E a fine settimana si sono tenuti gli stati generali per il rilancio, uniti, del settore.
C’è gran fermento e tutti sembrano muoversi nella direzione della tutela della qualità. In realtà il fronte è diviso. C’è per esempio il timore che senza un’adeguata battaglia che leghi indissolubilmente il vino al territorio, e non ai soli vitigni, possano poi passare riforme più disinvolte in linea con le tendenze dell’Oiv, organizzazione intergovernativa del settore, che aprano la strada, appunto, al vino alla cinese, quello fatto imbottigliando vini sfusi cileni, con riserve e etichette retrodatate. «Oggi si beve di meno ma si beve meglio e dietro al vino la gente cerca una storia, una passione, un luogo. Il vino non è una bevanda come le altre. La salvaguardia dei soli vitigni non mi sembra tutelare il made in Italy.
Le tecniche evolvono e a livello industriale non possiamo competere con colossi mondiali», racconta Lamberto Frescobaldi, direttore produzione della Marchesi Frescobaldi, uno dei più antichi marchi del vino. «Il territorio, il legame con il luogo di produzione è l’unica arma per competere. Montalcino, nel 1984 aveva poco più 200 ettari di vigneto e un ristorante, le case diroccate e i turisti che avevano paura di venire in questo posto diroccato: oggi, grazie al Brunello, ha più di duemila ettari vitati, i terreni sono aumentati e gli stranieri fanno la fila tra ristoranti e alberghi».

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