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La Repubblica / Affari & Finanza

Il made in Italy all’attacco dei giganti mondiali ... L’aggregazione tra Giv e Cantine Riunite & Civ ha generato un gruppo al sesto posto nella classifica internazionale per vendite e fatturato. Ma mediobanca mostra che anche restando piccoli si può creare un gruppo solido dal punto di vista finanziario e con margini industriali elevati... Un gigante italiano del vino, che supera il big cinese Yantai Changyu, quotato alla borsa di Shenzen e partecipato al 33% a sua volta da un marchio italiano, Illva. Con l’aggregazione tra Giv, Gruppo italiano vini, e Cantine riunite & Civ, s’è generato un gruppo che ha fatturato l'anno scorso 416 milioni di euro, un consolidato che gli ha consentito di posizionarsi nella top ten internazionale e di attestarsi al sesto posto per la produzione di bottiglie, circa 165 milioni, del tutto confrontabili con i 192 milioni vendute dalla cilena Concha y Toro, quinto produttore mondiale con un giro d’affari di 360 milioni di euro nel 2008. Una società in grado di confrontarsi con i maggiori attori del panorama internazionale, che sullo scacchiere mondiale viene prima dell’americana Diageo, gigante del settore Spirits che ha in portafoglio anche aziende di vino.
E’ il quadro che emerge dall’annuale Rapporto sul settore vitivinicolo di Mediobanca. Il gigante italiano, sembra intenzionato a crescere ancora, occupando ogni spazio possibile.
L’ultima mossa è stata la partnership per la distribuzione in esclusiva le bollicine Carpenè Malvolti, marchio storico dell’enologia veneta: “Il nostro gruppo non produce spumanti, ma solo vini fermi, cosi abbiamo voluto completare la gamma”, spiega Corrado Casoli, presidente di Giv nonché presidente di Cantine riunite & Civ. Riorganizzata la struttura societaria, con l’uscita di altre cooperative socie, come Mezzacorona, oggi terza per fatturato in Italia, e il passaggio delle quote al 100% a Cantine riunite: rivista la struttura organizzava con la creazione di due società separate il gruppo può sfruttare forti sinergie nella logistica e nella distribuzione, capace di competere sia sui vini di consumo quotidiano, come ad esempio, i frizzanti a marchio Maschio, sia su quelli di fascia medioalta, come il Nino Negri della Valtellina. Ora, con il 91 appena assegnato da Wine Spectator al Luna Mater, riconoscimento mai avuto prima da un Frascati, ha un prestigioso biglietto da visita per farsi strada anche su mercati lontani e complessi, come può essere la Cina.
Ma non è necessario diventare grandi. Si può anche restare piccoli mantenendo una solida base finanziaria.
Dal confronto dei bilanci elaborato da Mediobanca emerge infatti che Marchesi Antinori, blasonato gruppo toscano, si colloca al secondo posto, con un rapporto tra Mon, margine operativo netto, e fatturato di 25,1%, appena poco più basso di Yantai Changyu, primo nelle classifiche di Mediobanca.
Margini alti, a fronte di forti investimenti. Rispetto al gruppo cinese, che pure ha coltivazioni immense nello Shandong, zona particolarmente vocata della Cina, il gruppo toscano ha un capitale investito di gran lunga superiori, pari a circa 400 milioni di euro, contro i 277 milioni di Yantai.
Per margine netto e basso livello di indebitamento, Antinori precede gruppi del calibro di Laurent Perrier e dell’australiana Foster’s Group, che ha un capitale investito nel 2008 pari a qualcosa come 3, 3 miliardi di euro. Antinori precede per margini persino Constellation Brands, il numero uno al mondo per giro d’affari. Una potenza di fuoco che potrebbe far leva su grandi economie di scala per far salire gli utili. Non è un caso che, proprio per rimettere ordine nei conti Constellation stia procedendo da qualche anno alla dismissione di produzioni non core, per concentrarsi solo ed esclusivamente sul vino, puntando a rinsaldare le posizioni su un mercato che si fa sempre più stretto per la concorrenza globale. Non è l’unico segnale che essere grandi non mette al riparo dai venti avversi. Basta guardare cosa succede in Australia, paese che fino a pochi anni fa sembrava voler sbaragliare ogni concorrenza con marchi sempre più agguerriti e terreni sempre più ampi convertiti alla viticoltura. In questa terra il quadro è improvvisamente precipitato. Enormi scorte si sono accumulate nei magazzini, molti brand nati negli anni del boom sono stati ceduti ai big americani. I titoli quotati hanno avuto un andamento di Borsa negativo. E la maggior parte della sovrapproduzione si è trasformata in vino sfuso che ha provocato una turbativa dei prezzi sui mercati mondiali. Il caso australiano è oggetto di analisi dell’ultimo numero di Wine Spectator.

Tornando ai confronti di Mediobanca, la situazione finanziaria appare ottima per Santa Margherita, del gruppo Zignago Holding, in quarta posizione per margini netti, con 21,1 in percentuale sul fatturato, nel 2008. I margini cadono a un terzo arrivando a Mezzacorona, all’undicesimo posto con 6,6% ma terza per fatturato in Italia, che nonostante sia una società cooperativa, precede per profitti Giordano Vini, vini per corrispondenza, a 6,2% Ruffino a 5,6% e Compagnia de’ Frescobaldi a 5,3% Seguono le altre cooperative, come gli stessi Giv e Cantine cooperative, che hanno margini ridotti ai minimi rispetto a Spa e Srl. Ma i bilanci vanno letti con rispetto della compagine societaria, che nel caso delle cooperative tiene bassi molti indici: mancano infatti delle parti produttive a monte della filiera, i soci producono uve e vino e poi li conferiscono per la lavorazione finale e la vendita. E questo tiene bassa anche la patrimonializzazione.


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