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La Repubblica / Affari & Finanza

Tre ricette, un obiettivo: rilanciare i consumi ... Sono indicate in uno studio curato da The Boston Consulting Group per conto dell’associazione, la Indicod-Ecr, che raggruppa le aziende industriali e distributive della Gdo. Vanno dai sostegni alle famiglie a basso reddito alla creazione di asili nido per far ripartire l’occupazione femminile sino al varo di una più decisa campagna di liberalizzazioni per favorire la concorrenza. Benzina e farmaci sono da troppo tempo settori protetti: è ora di cambiare ... Sostenere i consumi delle famiglie tramite sussidi per i redditi più bassi con figli a carico. Puntare sulla leva fiscale e la creazione di asifi nido per rilanciare 1’occupazione femminile. Accelerare sulle liberalizzazioni e modernizzare la struttura distributiva per accrescere la concorrenza. Sono le tre ricette per rilanciare l’economia italiana: le prime due contenute. in uno studio curato da The Boston Consulting Group e l’ultima analizzata nell’Osservatorio sulle liberalizzazioni Cermes Federdistribuzione, presentate da Indicod-Ecr (associazione che raggruppa le aziende ine distributive operanti nel largo consumo), nei giorni scorsi in occasione del suo convegno dal titolo: “Tornare a crescere: il contributo del Largo Consumo”. Un comparto che incide per il 4% sul prodotto interno lordo italiano (con 800mila occupati, di cui il 52% donne), considerato che le famiglie italiane spendono all’incirca un quinto del proprio budget tra prodotti alimentari, cura casa e cura persona. Partendo dallo scenario attuale di estrema debolezza dei consumi (crescita inferiore all’inflazione fra 2005 e 2009, ben -2% nel 2009 e una previsione di leggera ripresa nel 2010), la ricerca individua quattro fattori di debolezza, di cui uno solo di tipo congiunturale (la più grave recessione degli ultimi 70 anni), tutti gli altri strutturali: invecchiamento demografico, basso livello di occupazione femminile e aumento del peso delle spese obbligate a svantaggio di quelle discrezionali.

Per Lamberto Biscarini, Partner&Managing Director di The Boston Consulting Group, “non ci potrà essere un’inversione di rotta decisa senza un investimento focalizzato sulle famiglie”. Mediamente, una famiglia italiana spende circa 100 euro in più al mese per il primo figlio e 60 euro per il secondo in prodotti grocery. La proposta avanzata dagli analisti prevede un sussidio alle famiglie a basso reddito con almeno un figlio, attraverso un contributo mensile tra i 100 e i 200 euro, a seconda del numero di figli, per sostenere i consumi nel settore. Un intervento già sperimentato negli Stati Uniti durante il biennio più duro della recessione (2009-2010), che secondo Bcg avrebbe un impatto sui consumi grocery tra 2,5 e 5 miliardi di euro all’anno. L’intervento a sostegno dei consumi dovrebbe essere poi affiancato da una spinta all’occupazione femminile, settore in cui l’Italia è agli ultimi posti in Europa con appena il 46% delle donne in età da lavoro che hanno un’occupazione. Un problema che non nasce certo oggi, ma che durante la crisi si è aggravato: le ultime rilevazioni dell’Istat riferite al consuntivo di gennaio indicano che la disoccupazione maschile è scesa dello 0,9% rispetto a dicembre, quella femminile è cresciuta dell’1,3%, (pari a 13 mila unità). Segno evidente che sono i soggetti più deboli a faticare maggiormente nell’intercettare la ti- presa. Su questo fronte The Boston Consulting Group suggerisce di agire su due fronti: quello della conciliazione tra vita familiare e lavorativa, assicurando maggiore flessibilità negli orari di lavoro (ad esempio tramite un ricorso semplificato al part time) e maggiori servizi (l’Italia è agli ultimi posti in Europa per la disponibilità di asili nido pubblici), e, non ultime le agevolazioni fiscali a favore della donna/madre che lavora. Una misura di questo tipo potrebbe far crescere l’occupazione femminile tra 5 e 10 punti percentuali, con un impatto sui consumi complessivi tra 12 e 22 miliardi di euro, di cui tra 2 e 4 miliardi di euro sui consumi grocery. Sulla necessità di liberalizzare il mercato e modernizzare la struttura distributiva si è focalizzato l’intervento di Roberto Ravazzoni, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese aIl’Università di Modena e Reggio Emilia - Cermes Bocconi. Lo stesso centro studi che ha realizzato uno studio congiunto con Federdistribuzione sulle liberalizzazioni, stimando in 22,7 miliardi di euro il possibile valore aggiunto ottenibile con una maggiore apertura al mercato di settori come la distribuzione alimentare, i carburanti, i farmaci, le banche e le assicurazioni. Un risultato che si ottiene sommando i vantaggi di una maggiore libertà economica con l’aumento di efficienza, il miglior utilizzo delle risorse disponibili e il generale livellamento verso il basso dei prezzi. Del resto, anche guardando all’evoluzione recente dei prezzi si nota una maggiore rigidità nei settori meno liberalizzati: ad esempio, tra il 2003 e il 2010 tariffe e servizi hanno registrato un incremento medio del 29,2%, esattamente doppio rispetto all’inflazione nel suo complesso (14,6%), mentre i prodotti distribuiti attraverso i canali del largo consumo nello stesso periodo hanno limitato la crescita dei prezzi al 5,5%.

“Alcuni settori sono stati protetti per troppo tempo dal confronto competitivo”, ha spiegato Ravazzoni, indicando due esempi per tutti: “La distribuzione dei carburanti e quella dei farmaci da banco, che evidenziano interessanti voci di risparmio per le famiglie italiane”. Secondo lo studio, gli interventi per una maggiore concorrenza porterebbero a ridurre il peso della spesa per carburanti di oltre mezzo miliardo di euro e quella peri farmaci di circa 50 milioni di euro. Infine Ravazzoni ha posto l’accento sulla possibilità di modernizzare la distribuzione attraverso interventi per eliminare le inefficienze (vincoli esterni e dimensioni ridotte), recuperando così uno 0,54% in termini di pil, che potrebbe portare a un incremento dei consumi grocery fino al 7,4%.

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