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La Repubblica / Affari&finanza

Il caso Campari: come nasce un gigante ... Dieci anni fa aveva un solo marchio, il Campari. Via via ha collezionato brand che spaziano dai soft drink, come il Biancosarti e il Crodino, alla Tequila messicana, dall’Ouzo greco ai whisky inglesi Gregson, ai due marchi di brandy Dreher e Drury’s, che è al top delle vendite in Brasile. Marchi storici italiani, come Cinzano e Cynar, e big stranieri, come Glen Grant, con cui ha messo piede in un segmento chiave del mercato, quello dei single malt whisky.
Un gigante italiano ancora controllato da una famiglia, i Garavoglia, eredi dei Campari, e capace di competere a livello globale su un mercato non certo facile, quello degli spirit&wine. Ha fatto e continua a fare shopping all’estero, ed è diventato il settimo gruppo mondiale, in un momento in cui marchi più famosi sono costretti a cedere alle multinazionali. Un fiore all’occhiello della finanza italiana, perché non cresce solo per linee esterne, ovvero assemblando marchi. La leva del gruppo, guidato da Enzo Visone, è la capacità di costruire un network integrato che va a coprire settori e aree geografiche secondo una strategia di crescita "organica", come la definiscono gli analisti.
I risultati del 2006 vedono una crescita delle vendite del 15%, e solo un piccolo cedimento sugli utili, in flessione minima dello 0,8%, ma sempre vicino ai 120 milioni di euro. La flessione è dovuta un aumento delle tasse e, soprattutto, agli esborsi esterni per le ultime acquisizioni: Glen Grant e la tenuta vitivinicola toscana Teruzzi&Puthold, che si aggiunge ai vigneti in Sardegna della Sella &Mosca e a quelli in Cina. Campari ha anche completato l’acquisizione di Sky Vodka: vale poco meno del 15% del fatturato del gruppo ma è una potente testa di ponte verso l’Est Europa e anche su un mercato in forte crescita, quello degli Usa, dove Sky Vodka vende il 3,5% di tutte le vodke.

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