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La Repubblica / Affari&finanza

Contraffare vini e formaggi italiani rende 50 miliardi ai “pirati del cibo” ... Brunello e Parmigiano Reggiano sono in cima alla graduatoria delle falsificazioni ma le imitazioni di pessima qualità riguardano tutti i nostri prodotti più conosciuti. A sorpresa, tra i principali colpevoli, ci sono le multinazionali del food ... Il Brunello prodotto e imbottigliato a Rio de Janeiro; il Parmesano e il Regianito che impazzano in tutto il Sudamerica; il Provolone e l’Asiago del Wisconsin; la Mozzarella del Minnesota. L’alimentare italiano fa gola a tutto il mondo e scatena la fantasia degli imitatori. Secondo la Coldiretti, il giro d’affari del falso “made in Italy” nel mondo vale 50 miliardi di euro all’anno: un danno economico per i nostri produttori pari alla metà delle esportazioni italiane.<
La diffusione sui mercati internazionali di imitazioni italiane di bassa qualità riguarda tutti i nostri prodotti più conosciuti ed apprezzati. Il primato della pirateria alimentare spetta ad Australia e America: negli Usa soltanto il 2% dei formaggi venduti come italiani corrisponde effettivamente a prodotti made in Italy. Sempre negli Stati Uniti, nove tavole su dieci tra abitazioni private, pizzerie e ristoranti di tutti i livelli presentano falsi Parmigiano Reggiano e Grana Padano: alcuni arrivano dall’America del Sud, ma non manca la produzione interna come il Parmesan.
Stesso discorso per i vini: il Brunello di Montalcino deve fare i conti con decine di copie; imitazioni del Chianti e del Soave si sprecano in Usa, mentre in Australia impazza il falso Asti spumante. In Cina si sono inventati il Pecorino, presentato in una confezione simile a quella italiana; l’unica differenza è nell’etichetta, che presenta una mucca al posto della classica pecora. Non è immune dal fenomeno nemmeno il Vecchio Continente: in Germania e nei paesi nordici impazzano false confezioni di Aceto balsamico e un certo Amaretto di Venezia, che nella composizione e nella confezione somiglia a quello vero di Saronno. Eppure proprio nell’Ue esiste una normativa stringente in materia: già nel 1999 la Corte di giustizia comunitaria ha proibito a una ditta austriaca di vendere il Cambozola, considerandolo un’imitazione del Gorgonzola. Pronunce simili si sono susseguite negli ultimi anni.
Ma chi sono i produttori dei falsi? Una ricerca condotta dall’Ice (Istituto per il commercio estero) e dalla Camera di Commercio di Parma smentisce un luogo comune: le piccole aziende occupano un ruolo marginale in questo mercato mentre il primato spetta alle multinazionali del food, che sfruttano la rete distributiva e la capacità di comunicazione per promuovere i prodotti in tutti i continenti. Dunque operazioni compiute alla luce del sole, ma che sfuggono alla repressione delle autorità competenti.
“La confusione in questo campo è grande osserva Salvatore Casillo, docente di Sociologia industriale all’Università di Salerno e direttore del Centro studi sul falso dello stesso ateneo -. Nella categoria di falsi vengono ricompresi segmenti che in realtà sfuggono a questa classificazione a livello internazionale. Ad esempio un conto è falsificare una bottiglia di vino riproducendone il marchio tutelato, un altro riprodurre un formaggio diffuso nel mondo modificandone il nome”. A favorire la diffusione delle imitazioni è soprattutto la mancanza di politiche internazionali di contrasto.
La Coldiretti da tempo spinge per un accordo sul commercio nel Wto e suggerisce di cercare un’intesa con i paesi in via di sviluppo, che mostrano una crescente sensibilità per la tutela della proprietà intellettuale negli alimenti e nella lotta alla contraffazione dei prodotti locali. Un primo passo su questa strada è stato compiuto con l’accordo fra il governo italiano e quello cinese che ha aperto ai prosciutti stagionati di Parma e San Daniele il mercato pii) popoloso del mondo. Un risultato che dovrebbe spianare la strada ad accordi su altri prodotti tipici. “Questi accordi possono contribuire a preservare le produzioni tipiche di qualità, ma non risolvono del tutto il problema - commenta Casillo -. Per rimettere ordine nel mercato bisognerebbe partire da una definizione condivisa di ciò che è davvero made in Italy. Si pensi al caso del pomodoro, importato in gran parte della Grecia e poi trasformato in prodotto finito in Italia: si può davvero in quel caso rivendicare l’origine controllata o protetta?”.
Il secondo passo, secondo il docente salernitano, dovrebbe consistere in un’azione di contrasto sul mercato interno: “Anche in Italia abbiamo qualche scheletro nell’armadio: sono i falsificatori nostrani, quelli che spacciano come Brunello o Parmigiano Reggiano prodotti che in realtà sono altro”. Quindi suggerisce un ruolo più attivo da parte dell’Ice: “Se un imprenditore italiano scopre l’imitazione di un proprio prodotto in un mercato estero, difficilmente avrà la forza per perseguire il comporta mento illegale presso i tribunali internazionali: è necessario, quindi, che sia affiancato da un organismo statale, che gli fornisca assistenza legale e sostegno economico per risolvere questioni che interessano l’intero sistema paese”.
Infine, secondo Casillo, serve un’azione coordinata di promozione e comunicazione del made in Italy sui mercati internazionali: “La forma di contrasto più efficiente al momento - conclude - è l’informazione ai consumatori esteri. Far assaggiare un vero formaggio italiano durante fiere o mostre è il modo migliore per aiutarli a comprendere le differenze tra il prodotto originale e l’imitazione”.

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