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La Repubblica / Affari&finanza

Lo spirito di Stoccolma che fa gola alla Campari ... Dopo l’acquisto Cabo Wabo e X Rated, lo sguardo è ora puntato su Vin& Spirit La privatizzazione del gruppo svedese apre nuove opportunità di crescita… Ora lo sguardo è puntato sulla Svezia, dove si prepara la privatizzazione di Vin&Spirit, gigante degli alcolici con sede a Stoccolma. “Darà una scossone a tutta l’industria degli spirit. Non partecipiamo all’asta, un’operazione che vale tra i 5 e i 7 miliardi di dollari. Ma, a seconda di chi comprerà il gruppo, che ha in portafoglio Absolut Vodka, pensiamo di riuscire a beneficiare dei movimenti che si creeranno: per motivi di antitrust, potrebbero venire venduti alcuni marchi, oppure si creeranno nuove alleanze nella distribuzione”.
Bob Kunze Concewitz, il quarantenne amministratore delegato della Campari, non ha dubbi: anche il nuovo anno sarà all’insegna delle acquisizioni. Uno o più tasselli da aggiungere a un portafoglio sempre più ampio di prodotti e alleanze. Le ultime due: X Rated, nel settore della vodka, per 40 milioni di dollari (29 milioni di euro), a luglio, e qualche mese prima, Cabo Wabo, marchio di Tequila lanciato dalla rockstar Sammy Hagar, che mantiene il 20% delle azioni e il ruolo di direttore del marketing. Una transazione da 80 milioni di dollari (60 milioni di euro), finita al quarto posto tra le “Biggest Celebrity Paydays del 2007”, gli incassi più elevati della giornata di una star, la curiosa classifica stilata dal quindicinale finanziario americano Forbes. Eppure, i multipli della valutazione sono stati di poco superiori a 10, quando si arriva facilmente ai 20, tanto è forte la competizione in questo mercato, valutato da Nabca e AcNielsen tra quelli a più elevata crescita. “Siamo molto disciplinati negli investimenti”, commenta Kunze Concewitz, a ribadire la politica di piccoli, ma costanti passi. Come i fondisti.
Fondata nel 1860, fino agli Anni 90 aveva due soli marchi ed era presente in un solo mercato, quello italiano. Via via, la Campari, fiore all’occhiello del Made in Italy secondo l’ultimo rapporto di Mediobanca, ha collezionato 40 brand che spaziano dai soft drink, come il Biancosarti e il Crodino, alla Tequila messicana, dall’Ouzo greco ai whisky inglesi Gregson, ai due marchi di brandy Dreher e Drury’s, che è al top delle vendite in Brasile. Marchi storici italiani, come Cinzano e Cynar, e big stranieri, come Glen Grant, con cui ha messo piede in un segmento chiave del mercato, quello dei single malt whisky. C’è poi Skyy Vodka, uno dei marchi più redditizi del mondo dei superalcolici degli ultimi quindici anni, divenuto così una potente testa di ponte verso l’Est Europa e anche su un mercato in forte crescita, quello degli Usa, dove Skyy Vodka vende il 3,5% di tutte le vodke. E ora il business si rafforza, con Cabo Wabo, in pieno boom di vendite. Un gigante, ancora controllato da una famiglia, i Garavoglia, eredi dei Campari, e capace di competere a livello globale su un mercato non certo facile.
Facendo shopping di marchi internazionali, rilanciando quelli caduti in ombra, scovando e valorizzando marchi locali, è diventato il settimo gruppo mondiale, in un momento in cui brand più famosi, come per esempio l’italiano Martini, rilevato dalla Bacardi, sono stati costretti a cedere alle multinazionali. Ha superato anche la saga di famiglia, uno degli ostacoli contro cui si infrange spesso il capitalismo italiano: una lite finita in Tribunale, che si è finalmente ricomposta lo scorso anno.
Lo scorso novembre è approdata tra gli undici “campioni di crescita” premiati dalla Confindustria, secondo analisi incrociate di Cerved, Università Bocconi e McKinsey, che hanno valutato sia il fatturato che la redditività. Undici aziende che insieme fanno il 65% del valore aggiunto di tutta l’industria italiana. La prova che, anche se il titolo Campari risente dell’andamento negativo di Borsa, resta un fiore all’occhiello della finanza italiana. Non cresce infatti, solo per linee esterne, ovvero assemblando marchi e fatturati, ma crea valore.
La leva del gruppo è la capacità di costruire un network integrato che va a coprire settori e aree geografiche secondo una strategia di crescita “organica”, come la definiscono gli analisti, che in dieci anni ha fatto quadruplicare fatturati e profitti. I risultati dei primi nove mesi del 2007 confermano l’andamento: una crescita delle vendite del 8,2%, (contro il 14% di tutto il 2006), un aumento degli utili, che nel 2006 avevano avuto una flessione, crescendo solo dell’0,8, e invece nel 2007 hanno ripreso a risalire.
Su ogni operazione, gli analisti si dividono. Nel corso dell’anno, secondo le raccomandazioni raccolte da Bloomberg, il titolo ha collezionato due add, aggiungi, due compra, due tieni, e un outperform, contro due riduci, un underperform, e cinque giudizi neutrali. Ora tutti stanno alla finestra, cercando di capire come andrà il nuovo anno. Potrebbe anche esserci un calo nell’immediato, sottolinea un recente report di Citi, che però nel medio periodo vede rosa. A infiammare il mercato, c’è la corsa alla privatizzazione di Vin&Spirit. “Vodka, a quale prezzo?” è il titolo di un report Ubs che analizza i possibili scenari futuri. I candidati sono i big mondiali, Diageo, Bacardi, Fortune Brands, Constellantion Brands, Brown Forman. Ma anche Campari potrebbe approfittare del rimescolamento delle alleanze, sottolinea Ubs.
E’ già successo con l’acquisizione di Allied Domecq da parte di Pernod Ricard, che le ha consentito di acquisire Glen Grant, il numero due nel mondo nella sua categoria di single malt whisky; e di fare accordi di distribuzione con Suntory, big giapponese, e C&C, altro grande marchio irlandese. Nel portafoglio vini, accanto alla Sella&Mosca in Sardegna, e Teruzzi&Puthod, in Toscana, vermouth, spumanti come il Riccadonna, è finita anche una cantina di vini cinesi, Catai, nello Shandong, a due passi dal più grande birrificio cinese, Tsingtao. Altra testa di ponte su un mercato dall’alto potenziale di crescita.

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