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La Repubblica / Affari&finanza

Investire in vino scommettendo sul clima ... Viticoltori, bancari e assicuratori valutano le potenzialità e i limiti dell’utilizzo di “weather derivatives” e altri prodotti finanziari innovativi. I risultati di un Forum organizzato da Economia&Management e Repubblica-Affari&Finanza che si è tenuto la scorsa settimana in Sda Bocconi... “Si, si può pensare di lavorare in un’ottica “private banking”, sicuramente l’investitore evoluto a caccia di rendimenti su titoli innovativi e alternativi che intende puntare sul settore vitivinicolo si trova. Nei portafogli degli investitori ci sono certificates su cambiamenti climatici, sull’acqua: perché non pensare ai vini di eccellenza? Ma è una prospettiva nuova, tutta da sviluppare. Dal lato della copertura del rischio, invece, come banca, possiamo identificare un potenziale prodotto concorrente rispetto alle assicurazioni, che godono di sussidi pubblici, a un “taylor made”, su misura per specifici territori”. Gabriele Gori, vicedirettore generale Mps Capital Services Banca per le Imprese, trae le conclusioni operative di un Forum organizzato dalla rivista Economia & Management e da Repubblica-Affari&Finanza, che si è tenuto la scorsa settimana alla Sda Bocconi sul tema: “La gestione dei rischi climatici nel settore vitivinicolo: possibilità, prospettive e convenienze”. Al centro del dibattito uno studio di Claudio Zara, docente di Economia degli Intermediari finanziari, coordinatore scientifico del
Forum, che attraverso una serie di simulazioni ha dimostrato la possibilità tecnica di sviluppare una strategia di copertura sui rischi climatici ricorrenti all’interno dell’azienda vitivinicola con uno o più derivati (vedi abstract dell’intervento in basso). Un’ipotesi di lavoro alla prova del mercato, attraverso una simulazione al tavolo del dibattito, che ha riunito rappresentanti del mondo produttivo, bancario e assicurativo.

I cambiamenti climatici sono stati misurati. L’impatto si fa sentire sia in termini quantitativi che qualitativi. E i produttori hanno preso i primi provvedimenti di “copertura” del rischio in senso tecnico: alzano i vigneti, perfezionano le potature e il lavoro in vigna e in cantina. Aumentano gli investimenti. Ma quando c’è da tirare fuori soldi per forme di copertura, come una polizza assicurativa, ci pensano due volte. “Sono stato presidente anche del Consorzio Valpolicella, mi pare che a tutt’oggi i viticoltori assicurati contro la grandine non superino il 40%, e noi siamo in una zona dove le grandinate sono abbastanza notevoli. Ci siamo accorti che, volendoci assicurare, una grandinata diventa un danno prima ancora di averlo subito, perché il
costo è troppo alto e non vale la pena, se non quando interviene l’incentivo pubblico”, racconta Emilio Pedron, amministratore delegato Giv, Gruppo italiano vini, tra i primi gruppi vitivinicoli italiani. con le dimensioni appropriate per adottare strategie di copertura autonome. Spiega Pedron: “Due anni fa ci siamo avvicinati alle prime polizze assicurative multi rischio, in cui oltre alla grandine venivano valutati rischi del troppo sole, del troppo vento, dei venti di scirocco e via di seguito. Ne è nata una proposta di polizza molto più giusta dal punto di vista del costo, però 1’assicurazione riguardava il grande danno, cioè la perdita del 100% in cambio della quale avremmo ricevuto il 40-50%. Non solo, il danno doveva riguardare superfici molto estese, cosa difficile in viticoltura, dove il microclima rende profondamente differenti territori vicini”.
“Sulla stessa varietà, lo Chardonnay, facciamo una vendemmia che dura un mese. Vuoi dire che c’è una grandissima variabilità di clima all’interno dei vigneti, anche se siamo tutti nella Trento Doc in un raggio relativamente ridotto di spazio”, incalza Matteo Lunelli, amministratore delegato Cantine Ferrari, marchio storico di bollicine italiane. Una nicchia, ma di elevata qualità. In Trentino, regione autonoma, gli incentivi sono più elevati e la copertura assicurativa è più diffusa. Ma non copre quello che nel vino di alta gamma è il valore aggiunto: il danno qualitativo, il più difficile da misurare. Spiega Lunelli: “I vigneti da noi sono in collina e hanno il grandissimo pregio di riuscire a garantire acidità e maturazione aromatica grazie all’escursione termica. Ma l’eccessivo caldo può fermare la maturazione dell’acidità, gli sbalzi climatici ridurre la carica aromatica. Come tutelare dalla qualità?”

Una strada, lo insegnano i francesi, può essere il monitoriaggio costante dei terreni. Come in Franciacorta: “Abbiamo fatto una ricerca che si è tradotta in un progetto pratico, il precisionforming, il controllo prima con passaggi aerei, ora con i satelliti, dello stato di avanzamento vegetativo”, racconta Adriano Baffelli, direttore
del Consorzio Franciacorta. Spiega Baffelli “Ogni produttore può verificare lo stato della sua propria parcella collegandosi al sito del consorzio e potendo decidere velocemente la data della vendemmia. Il nostro consorzio copre 2.500 ettari, non sono una superficie amplissima, eppure si registrano differenze enormi”.

“Ho una massa critica piccola, 210 ettari, ma enormi differenze, tra il Chianti, Montalcino e la Maremma, abbiamo vigneti a 350 metri, a 150 metri e altri al mare”, racconta Alessandro Marchionne, direttore centrale di Agricola San Felice, un’azienda vitivinicola con un’azionista di riferimento Allianz, il gigante delle assicurazioni tedesco, che consente di offrire anche un punto di vista dal lato dell’offerta delle coperture. “Abbiamo riaperto il Centro studi Enzo Morganti e creato una partnership con l’università di Firenze, con l’obiettivo di far maturare competenze tecniche capaci di contrastare anche i cambiamenti climatici. Ma serve un lavoro di copertura a 360 gradi. Il nostro gruppo, attraverso il fondo Pinko in California opera con derivati sul clima, ma non ha ancora prodotti specifici per il settore vitivinicolo, segno che non sente ancora l’esistenza di una domanda consistente”.

In questo scenario l’innovazione di prodotto finanziario può prendere due strade: l’emissione di titoli da mettere sul mercato per un target alto di investitori. Oppure, un prodotto dedicato. “Un prodotto “embedded”, incorporato”, racconta Gabriele Gori. Spiega Gori: “Un finanziamento con uno swap, un mutuo a cinque, sette, dieci anni dove invece di pagare in base all’indice Euribor, si può pagare in base a un indice ad hoc, con spread negativo o positivo in funzione dell’evento climatico. Se l’evento climatico è favorevole il tasso sale, se invece è sfavorevole scende”. Un prototipo è stato già lanciato nel campo energetico. La palla passa ai viticoltori.

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