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La Repubblica / Affari&finanza

Il vino sfuso vince sulla Babele delle Doc ... La riforma Ue del vino vuole abolire tutte le Doc e Docg e distinguere solo tra Dop e Igp. Infuriano le proteste, ma intanto i consumatori sono tornati a comprare vini alla spina e nei supermercati, dove si trovano bottiglie sotto i 3 euro, si vende l’80%... Trecentosedici Doc, 38 Docg, 182 Igt: via tutto, scrive Decanter, bibbia dell’enologia. L’Italia dalle mille denominazioni rischia di venire cancellata con un colpo di spugna dalla nuova riforma del vino dell’Unione Europa, che ridurrebbe a sole 182 zone la nostra viticoltura, raccolta sotto le due uniche nuove denominazioni Dop e Igp. Valentino Valentini, presidente dell’Associaione Città del vino lancia l’allarme e parla di una “condanna a morte” quando entrerà in vigore, tra un anno, il 1 agosto 2009 la nuova classificazione dei vini dettata dall’Unione europea nell’ambito del1’Ocm vino, la riforma del mercato enologico comunitario. Chianti e Chianti Classico diventeranno un tutt’uno, lo stesso per Barbera, Dolcetto che diventano d’un colpo tutti Barolo. Via tutte le Doc del Vinsanto in Toscana, sparisce la denominazione dell’Albana passito dell’Emilia Romagna: “Un rimescolamento di territori e confini con il rischio di una grave perdita di identità”, incalza Valentini. Se questa riforma venisse approvata, quale impatto potrebbe avere in termini di ricadute sui prezzi? “Indubbiamente i prezzi della terra di alcune zone Come Bolgheri, Brunello e Chianti rischiano di scendere”, commenta Antonio Moretti, imprenditore del lusso, viticoltore con la Tenuta Sette Ponti altre tenute tra Toscana e Sicilia, che rappresenta un osservatorio privilegiato per capire se anche nel vino il marchio porta la stessa carica di valore aggiunto che ha brand nella moda, Spiega Moretti: “No, troppe denominazioni, non si capisce più nulla. Prendiamo la Toscana, continuano a nascere Doc su Doc, non si può continuare con la politica della formica. Meglio fare un’unica denominazione regionale e se poi ci sono aree particolarmente importanti e vocate, si può procedere con l’aggiunta del luogo, come Bolgheri, per esempio, o Morellino che ormai è molto affermato; ma per il resto basta aggiungere “indicazione del vitigno”. Insomma, come nella moda, una sorta di “Made in” che garantisca lo stile produttivo e la provenienza, poi ognuno è libero di darsi da fare per affermare il proprio brand di cantina.
“Per i grandissimi vini il fatto che spariscano le Doc e Docg non cambia nulla, Gaja prima faceva il barbaresco Sori Tildin e poi si è messo a fare il Langa, ma resta Gaja. Il Barolo Monfortino resta uguale. E molti produttori di fama escono dai consorzi, creano vini senza denominazione per essere liberi”, commenta Alberto Cristofori, partner di Wine Tip, società specializzata in grandi
vini e vini rari per chi vuole fare investimenti. “L’impatto casomai si avrà sui vini di media e bassa fascia, quelli che appena conquistata la Doc aumentano i prezzi”. Ci si potrebbe aspettare allora un “effetto calmiere” che male non farebbe al mercato, visto che i prezzi stanno puntando verso l’alto.
Dal giugno 2003 al giugno 2008 i prezzi dei vini italiani sono aumentati dei 32%, più dei francesi, che hanno fatto registrare un aumento
del 24%. Nello stesso periodo i vini australiani, che hanno invaso il mondo rivoluzionando il mercato con un marketing agguerrito, sono scesi del 13,3%. E’ quanto emerge da uno studio dell’Iwfe, Italian Wine&Food Institut, istituto condotto da Luigi Caputo con sede a New York, che evidenzia come questi aumenti abbiano reso meno competitivo il nostro prodotto. Un processo, a quanto parte, inarrestabile. Ma che ha messo in moto nuovi comportamenti dei
consumatori.
“L’aumento dei prezzi è inevitabile, dipende dalle annate, dalle condizioni climatiche, l’annata 2007, per esempio, è risultata la più scarsa in assoluto e di conseguenza ha portato a un incremento del vino all’ingrosso e del vino da tavola”, afferma Angelo Gaja, il produttore più famoso d’Italia. Spiega Gaja: “Ma non è drammatico come per il pane o la pasta: non è detto che ci si debba comprare per forza una bottiglia da 200 euro, e nei supermercati, dove si vende l’80% delle bottiglie vendute, si trovano vini sotto i 2,80 euro, vuoi dire che il paese è capace di fornire vino a prezzo contenuto, e molti consumatori sono oggi preparati abbastanza per approvvigionarsi o direttamente nelle cantine o, appunto, nella grande distribuzione”.
Insomma, il vino per tutti i giorni si compra al supermercato, oppure, direttamente dal produttore. E per le grandi occasioni si cerca il marchio noto, il produttore del cuore. Tutto fa pensare che, come già successo nella moda, anche per il vino si assista a un ridimensionamento del mercato su due fasce di consumo, il top, dove
non si guarda al prezzo, e il base dove il prezzo gioca un ruolo chiave.
Per venire incontro
a questo nuovo
trend anche alcuni
grandi produttori
hanno ripreso a
vendere il vino sfuso, utilizzando le
uve meno pregiate
per accontentare
con un prodotto di qualità la nuova moda che vede molti consumatori riscoprire il piacere della scampagnata. Il vino di fascia bassa si impenna anche negli States. Ma soprattutto quello italiano e europeo. Secondo i dati di Iwfi, infatti, a fronte di una diminuzione delle nostre esportazioni in quantità totale, Oltreoceano c’è stato un notevole aumento degli acquisti di vino sfuso e di vini da pasto tavola. Cosa che non si registra invece, per i vini australiani, che vedono scendere le esportazioni. Anche quelle dei vini sfusi e da tavola. Segno che il “made in Italy” funziona. Scandali permettendo.

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