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La Repubblica / Affari&finanza

Cibi a chilometri zero la rivoluzione va oltre
il costo dei trasporti ... I successo recente dei prodotti alimentari a km zero, venduti cioè nelle immediate vicinanze dei luoghi di produzione, e dei farmer market ha molte frecce al proprio arco. In prima battuta, riducendo l’intermediazione commerciale, sul fronte del prezzo: in una congiuntura tanto sfavorevole, e con un’ inflazione che ha penalizzato soprattutto ciò che mangiamo, non è certo un dato da poco. Si calcola che, mediamente, si riesca a realizzare un risparmio intorno al 3 0/40% rispetto alla spesa normale. In seconda battuta riuscendo a soddisfare la crescente richiesta di freschezza, reale e non millantata, certificata in maniera non ambigua perché, parafrasando McLuhan, il mezzo/canale in questo contesto diviene davvero messaggio. Ma vi è un ulteriore fattore, in prospettiva ancora più importante, alla base della rapida diffusione e del forte goodwill verso queste modalità di filiera corta. Non si traduce in un vantaggio immediato ma vi sono evidenze che sia destinato, rapidamente, ad aumentare di peso. In parallelo allo sviluppo, davvero esponenziale, di una nuova coscienza nutrizionale.
La disponibilità di alimenti freschi al di fuori della loro stagionalità, l’abitudine a trovarli sotto casa provenienti dai più lontani angoli del mondo a prezzi accessibili è stata a lungo percepita dal consumatore come un importante servizio, come nuove importanti opportunità che dilatavano il suo potere di scelta. Adesso, come attestano le ricerche, la crescente presa di consapevolezza della quantità di C02 - la maggiore responsabile dell’effetto serra - che i trasporti generano, induce a guardare con occhi nuovi, in una luce totalmente diversa, prodotti che giungono da tanto lontano. Si sta aprendo, per il mondo della produzione, un nuovo fronte che può trasformarsi a breve - temo che le imprese non ne siano sino in fondo consapevoli - in un reale
conflitto. E’ certamente vero che le imprese si fanno carico dei costi di trasporto ma sino ad ora sono del tutto disinteressate ai costi ambientali che quest’uso genera: è la collettività a sopportarli. Vi sono molte evidenze che i consumatori siano sempre meno disponibili ad accettare questa realtà. Se non si abbattono drasticamente questi costi occulti (per gli economisti esternalità negative) il consumatore può trasformarsi in un moderno Davide o Robin Hood: premiando o penalizzando chi non ha carte in regola su questo fronte.
Il limite a tutto ciò la latitanza dell’informazione accessibile al consumatore. Perché, ad esempio, non segnalare con uno speciale bollino i prodotti che vengono davvero dal territorio?
Leclerq e Casino, due giganti della distribuzione francese, si stanno impegnando in un’operazione di grande portata: rendere palesi i costi occulti. Contrassegnando con un logo verde i prodotti con un più basso impatto ambientale e per tutti, sullo scontrino di cassa, indicando il C02 che generano nel trasporto, nel reperimento delle materie prime, nei rifiuti che generano. Un’ indicazione importante per il consumatore: ben al di là delle frange verdi tradizionalmente depositarie di queste sensibilità. Anche da noi, nei punti vendita tradizionali, l’attenzione alla provenienza del prodotto, il minor interesse per quelli che vengono da altri Paesi comincia a svilupparsi pur in assenza di opportune campagne informative al proposito. Naturalmente non è soltanto il trasporto degli alimenti ad emettere anidride carbonica: neppure solo i prodotti freschi. Se, ad esempio, si consuma una bottiglia di acqua minerale al giorno bisogna mettere in conto, all’anno, quasi cinque litri di gasolio per il trasporto con tutte le conseguenze che ciò implica. Sono anche, in larga misura, gli spostamenti, il viaggio aereo - che i voli low cost hanno reso una facility disponibile a tutti - i consumi domestici di energia, l’uso dell’auto a generare costante immissione nell’ambiente di C02. Che sia stato il forte incremento nel prezzo dei carburanti a sensibilizzare sulla limitatezza delle risorse e sui costi ambientali che il trasporto genera poco importa. Il risultato è che sta rapidamente emergendo un consumatore attento a questa nuova realtà sempre più disponibile a privilegiare nelle scelte i produttori più attenti ai costi ambientali.

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