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La Repubblica / Affari&finanza

Guala compra in Ucraina per conquistare la Russia ... Da una parte una multinazionale come l’australiana Rio Tinto. Dall’altra tante aziende famigliari, di cui nemmeno una quotata in Borsa. Non ci sono vie di mezzo nel settore in cui opera Guala Closures. Sarà per il comparto in cui opera: produzione e commercializzazione di chiusure di sicurezza in plastica e in alluminio. Chiusure per tutti i tipi di bottiglie e di liquidi: superalcolici, acqua minerale, soft drink, birra, vino, medicinali, olio e aceto. Una nicchia di mercato in cui è riuscita a diventare uno dei leader mondiali, arrivando a fatturare oltre 300 milioni di euro, grazie a 23 stabilimenti in 15 paesi dove lavorano 2.300 persone. In realtà, bisognerebbe scrivere 24: l’ultimo è arrivato da poche settimane, in seguito all’acquisizione del numero uno del mercato in Ucraina e in Russia, Technologia Closures Lcc, una società con un fatturato di 23 milioni di euro, da cui Guala vuole partire per aggredire il mercato dell’ex impero sovietico. Una zona del mondo, al di là dei luoghi comuni, in cui i consumi di superalcolici e non solo di vodka sono in forte crescita. Mentre la prossima operazione potrebbe concretizzarsi a breve negli Stati Uniti, l’unico tra i grandi paesi in cui non è ancora presente con una sua fabbrica.
Una storia della media impresa italiana di cui si ha scarsa conoscenza. Eppure, ha ormai alle spalle 54 anni di vita, da quando la famiglia Guala aprì il primo stabilimento in provincia di Alessandria per la produzione di chiusure di sicurezza in plastica per bevande alcoliche. Il primo contratto fu con la Ramazzotti, che cercava un modo per limitare il fenomeno della contraffazione del prodotto. A ruota arrivarono Cynar, Buton e Stock: in questo modo già nel 1965, Guala aveva raggiunto il 25% del mercato nazionale delle chiusure in sicurezza per liquori. A metà degli anni sessanta arriva l’ingresso nel mercato internazionale. Perché nel mondo si vendono così tanti tappi di plastica e alluminio per le bottiglie? “Il nostro compito è quello di soddisfare sia il produttore che il consumatore”, spiega Marco Giovannini, presidente e amministratore delegato del gruppo piemontese. “Ma lei lo sa che nelle Filippine ci sono villaggi con quindicimila abitanti la cui economia si basa sulla contraffazione della più venduta marca di brandy nel paese? Falsificano tutto: dagli scatoloni dell’imballaggio all’etichetta. Il produttore vuole essere sicuro di proteggere il suo profitto, e qui interveniamo noi, garantendo prodotti che non possono essere falsificati. Ma anche il consumatore percepisce l’appeal di una confezione esteticamente di qualità. Come per tutti i prodotti anche in questo campo il marketing conta. Se è sicuro della qualità è sicuro anche del fatto che il prodotto che ha comprato non è contraffatto”.
La nuova frontiera del business di Guala e dei suoi competitor è l’alluminio. Con tappi di questo materiale che stanno spopolando grazie al successo che riscontrano tra i giovani: “Hanno un immaginario diverso dalle generazioni precedenti. Bevono liquori bianchi, come la vodka, prediligono un’estetica più fredda”.
Una qualche notorietà anche in ambito finanziario, Guala l’ha avuta: nel novembre 2005 la società si è quotata in Borsa. Una mossa compiuta anche per ripagare il fondo di private equity B&S Electra in uscita, dopo aver rilevato il gruppo dalla famiglia Guala nel 1998. Un’esperienza che si è conclusa nell’ottobre dell’anno scorso, senza grandi rimpianti. I top manager, che con lo sbarco a Piazza Affari di fatto erano diventato i soci più importanti con una quota del 17% a fronte di un flottante del 75%, hanno preferito riaffidarsi ai fondi. Una scelta, a loro dire, obbligata per continuare sulla strada della crescita per linee esterne.
“Intendiamoci spiega ancora Giovannini ci sono stati anche aspetti positivi dalla quotazione in Borsa: ad esempio, ci ha permesso di ripagare i soci in uscita. Però, ci fermiamo qui. Guala è una società particolare. Le banche d’affari non possono mandare dei ragazzini appena usciti dall’Università alle nostre presentazioni. E nelle nostre condizioni ci sono altre midcap: dovremmo avere a che fare con analisti preparati, anche sgamati. Che sappiano fare le domande giuste e non riempire caselle con dei numerini come hanno appena imparato al master. Per non dire che pur avendo fatto sempre un po’ meglio dell’indice, le nostre azioni lo hanno sempre seguito: abbiamo perso quando perdeva l’indice e viceversa. Anche se i nostri conti sono sempre stati in crescita”. Ma non è tutto: paradossalmente, l’essere quotati ha fatto sfuggire a Guala la possibilità di sbarcare finalmente negli Stati Uniti. “Avevamo individuato una possibile preda. Avremmo dovuto fare un aumento di capitale, ma il mercato alle società quotate chiede uno sconto sul prezzo delle azioni. E perché avremmo dovuto farlo a discapito dei soci storici?”.
L’operazione negli Usa si farà nei prossimi mesi. La situazione di crisi economica offre buone opportunità di prezzi più bassi. Le risorse sono arrivate, dopo il delisting, dalla nuova compagine societaria: Guala è ora controllata dal veicolo Gcl Holdings, che a sua volta è controllato da Credit Suisse, con Intesa Sanpaolo (minoranza) e il top management con quote di minoranza. La Borsa è ormai un capitolo lontano.

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