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La Repubblica / Affari&finanza

Chatéau China, business tra i vigneti ... Diventerà il primo produttore a livello mondiale e ovunque spuntano cantine di design con etichette premiate dai più influenti critici, internazionali. Nella tenuta degli Swarovsky, fuori Pechino, è di gran moda la vinoterapia... Ho trovato un vero terroir, una collina esposta a pieno sud, su un suolo minerale complesso. La regione di Penglai si è sviluppata molto, è certamente una delle più belle realizzazioni di vigneti in Cina, la Nava Valley, come è stata ribattezzata”: Gérard Colin è uno dei più bravi enologi del mondo, da Saint-Emilion il cuore degli storici chàteaux di Francia, già direttore della Edmond and Benjamin de Rotschild Wine Co, è approdato in Cina per lanciarsi in una nuova avventura: la produzione di vini con marchio cinese, che pochi ancora conoscono ma che stanno cominciando a conquistare i più raffinati palati occidentali. Ha iniziato come direttore strategico della Grace Vineyard, di proprietà del tycoon indo-cinese C.K. Chan, che ha investito 10 milioni di dollari per costruire il suo regno enologico: 350 piccole botti francesi della Tonnellerie Demptos, fiore all’occhiello del suo chàteau creato dal nulla sull’altopiano di Taiugu, nel cuore dello Shanxi, a nordovest del Fiume Giallo. Una regione tra le più ricche per siti storici. Tra peschi, meli e grano ora ci sono anche i vigneti: “Voglio provare al mondo che non produciamo solo prodotti a prezzi economici, ma anche grandi vini”, ama ripetere Chan. E c’è riuscito: Il Tasya Merlot Riserva 2001 di Grace è stato definito il miglior vino cinese da Jansin Robinson, la critica del Financial Times che decreta vita e morte dei brand di tutto il mondo. L’enologo di Grace è ora un australiano. Ma le sue etichette, vendute già in alcuni paesi europei, continuano ad avere successo. Francesi, australiani e anche neozelandesi sono stati i primi a fiutare il potenziale di sviiuppo di questo mercato. La crescita è impetuosa. Nel 2000, dicono le rilevazioni di Montrose, si consumava vino solo negli alberghi e ristoranti frequentati da stranieri. Oggi, il 60% delle vendite riguarda locali frequentati da cinesi. I1 vino è considerato un bene di lusso, emblema del lifestyle all’occidentale. E nei winebar più alla moda, che prolificano, si tengono frequenti degustazioni: è tutto roteare di calici, annusare, testare di giovani. Molto attente sono le donne, esponenti della nuova generazione di ragazze che si sono formate nei prestigiosi campus occidentali. Seppure rallentato dalla crisi, il potenziale di crescita dei consumi è enorme in un mercato con 1 miliardo e mezzo di abitanti. E’ cresce anche la produzione. Allo scoccare del 2058 la Cina diventerà primo paese produttore di vino al mondo, dice il rapporto ‘Future of Wine’, realizzato per la famosa enoteca BerryBros & Rudd di Londra, capitale delle mode. E come già successo per la moda e le automobili, sull’onda del boom si affermano marchi locali sempre più prestigiosi. Le etichette cinesi di alta gamma si trovano nella lista dei vini dei migliori ristoranti, come il Felix del Peninsula di Hong Kong, firmato dall’architetto Philippe Starck, il St. Regis di Pechino: “Io ho scelto Grace Vineyard e Dinasty”, racconta Silvio Autuori, direttore Food & Wine del St. Regis di Pechino, che porterà i suoi gusti a Shanghai, dove sta per trasferirsi come Executive assistant manager de Le Royal Meridien Hotel. I sommelier ti raccontano con orgoglio dei vigneti locali, storicamente localizzati nello Shandong, la zona a maggiore vocazione, ora in espansione in altre aree. Sono molti gli esperti reclutati all’estero. Ma s’è formata anche una solida classe di winemaker e sommelier cinesi. “Ho studiato a Bordeaux, presso l’Enita, mi sono specializzato in Viticultura-Enologia ed Economia per due anni, poi ho fatto il training pratico allo Chàteau Palmer, proprio di fronte a Chàteau Margaux”, racconta Li Demei, uno dei pi quotati wine-maker, segretario della China Viticulture & Enology Association, che ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo di Cfm, la joint venture tra i governi cinese e francese che ha realizzato la cantina di Huailai, proprio sotto la Grande muraglia, a circa due ore di macchina da Pechino. Una cantina di design, riproduce la Città proibita di Pechino. I francesi sono entusiasti di questo territorio, che ritengono particolarmente vocato. Fino a circa 6 anni fa c’erano solo sassi. Oggi una distesa di vigneti: oro , l’oro della futura Napa Valley, come l’hanno definita i critici internazionali. Divenuta luogo di appuntamenti mondani: qui, sulla Grande muraglia si tengono sfilate anche sotto la neve con calici pieni di vino in mano. Qualche anno fa, quando sono arrivate le prime bottiglie di vino cinese al Vinitaly di Verona, sono state accolte come un evento di colore. Oggi anche dall’Italia è partita la corsa alle alleanze. Un gruppo di produttori altoatesini, tra i quali la Cantina di Terlano, ha stretto un accordo di scambi con Great Wall, uno dei maggiori produttori di vino cinese, con giganteschi impianti e vasti vigneti sempre accanto alla muraglia cinese, vicino Pechino. “Bevete vino, bevete vino rosso, fa bene alla salute”, cosi nel 1996 il premier Li Peng si era pronunciato in pubblico,dando il via al mercato. Oggi, nel vino i cinesi ci fanno anche il bagno. La vinoterapia è uno dei business chiave di Bodega Langes, la cantina aperta dalla famiglia Swarovsky, il brand dei cristalli. Un complesso unico cantina-beautyfarm, costato 25 milioni di dollari, nella contea di Changli che fa capo alla città di Qinhuangdao (sede delle finali di football per le olimpiadi), sul mare a est di Pechino. Della città e della contea fa parte anche la bellissima spiaggia di Bedahe, a circa 300 km dalla capitale, zona di vacanza per il governo e i diplomatici. “Bodega Langes è diventata il polo di attrazione per le belle signore della capitale grazie ai trattamenti di bellezza e alla vinoterapia. Non mancano di comprare bottiglie a caro prezzo, adornate di brillantini, anche questi made in China”, racconta Giancarlo Panarella, fondatore e direttore di Enopress.it, il portale dell’enologia che ha anche una versione cinese: il segnale dell’importanza del settore. Enopress. infatti, dedica ampio spazio alle tecnologie per la vinificazione, che al contrario della coltivazione, vede gli italiani in prima fila con l’esportazione di macchinari d’avanguardia. Importati dall’Italia sono gli impianti di imbottigliamento e di habillage (etichettatura), come i fusti di acciaio e le barrique della Catai. Il marchio scelto dalla Sella&Mosca Qindgao Winery per il vino che produce nello Shandong per il mercato locale. Catai, il nome antico della Cina, acquisita nel 2002 dal gruppo Campari, è stata la prima a osare il grande passo di avventurarsi in Cina. Oggi le bottiglie con il brand orientale si trovano in mostra nei ristoranti più alla moda di Pechino, alla portata di turisti e uomini d’affari stranieri che, sempre più numerosi, fanno lievitare i fatturati di alberghi e ristoranti. Il Catai Merlot è tra le etichette che Richard Spencer, corrispondente dalla Cina di Daily Telegraph, ha consigliato ai lettori inglesi. Non solo vini fermi, ma anche bollicine. Ci sono persino le pupitre, i cavalletti per le bottiglie di champagne, nei 2700 metri quadri della cantina. di Changyu Wine Group, il pi grande produttore di vino: a colpi di investimenti è approdato alla Borsa di Shenzen, nel 1997, ed uno dei titoli che movimenta l’indice mondiale del vino di Mediobanca. Il 33% delle azioni della capogruppo, Yantai Changyu, fanno capo alla italian Illva Saronno, proprietaria di Corvo di Salaparuta. C’è voluto un anno e mezzo di trattative: ma alla fine il gruppo lombardo controllato dalla famiglia Reina, ha sbaragliato tutti i concorrenti, a partire dalla francese Rémy Cointreau.

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