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La Repubblica / Salute

L’Italiabio ... Nonostante il calo dei consumi alimentari gli acquisti di questi prodotti sono stabili Il prezzo? Un falso problema, secondo molti... Basta accorciare la filiera e comprare dai produttori. E pullulano i gruppi d’acquisto... Con la contrazione di tutti i consumi, alimentari compresi, c’era da aspettarsi che gli acquisti di biologico venissero penalizzati. E invece, sia da noi che negli Stati Uniti, dove la crisi è arrivata prima, il mondo del biologico non ha perso quote di mercato. I consumatori fedeli, insomma, guardano altro. Altro che per alcuni è un sistema di coltivazione che rispetta il suolo, bandisce l’uso di prodotti chimici e garantisce agli animali condizioni diverse dall’allevamento intensivo. E che per molti vuol dire alimenti più sani. Eppure secondo i nutrizionisti la differenza non è tale da giustificare prezzi più elevati.
“Quando il biologico costerà meno sarà meglio del convenzionale”, premette Andrea Ghiselli, dell’Istituto nazionale per la ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione, “fino ad allora per me sarà più importante che una persona mangi due etti di frutta convenzionale piuttosto che uno di biologica. E questo anche se il pomodoro bio avesse quantità maggiori di licopene o il kiwi bio più vitamina C, perché è irrilevante per la salute pubblica”.
Quello del prezzo, però, per alcuni è un falso problema. “Scegliendo la strada della filiera corta, e dunque comprando direttamente in azienda, o attraverso i gruppi di acquisto, i Gas, si risparmia molto e si acquistano prodotti di qualità”, precisa Rosa Maria Bertino, che con Achille Mingozzi cura l’Annuario Tutto Bio ed il portale www.biobank.it, “e infatti tra il 2005 e il 2007 queste due modalità di acquisto sono aumentate in modo significativo: il numero dei Gas è cresciuto del 60%, soprattutto nel nord-ovest, e le aziende bio con vendita diretta del 37. Ci sono poi gli oltre 60 biosupermercati NaturaSì e i 260 negozi B’io, che hanno bloccato i prezzi di un paniere di 60 prodotti. Io però credo che il punto non sia tanto il prezzo: spesso chi si lamenta riempe il carrello di prodotti “pronti” che costano molto di più...”.
Quello della commercializzazione dei prodotti biologici resta una nota dolente, spiega Marco Mazzoncini, ordinario presso il Dipartimento di Agronomia e Gestione dell’Agroecosistema dell’università di Pisa. “Del resto”, sostiene, “è un mercato particolare che forse ha bisogno di canali diversi, più rispettosi della qualità e non ossessionati dal prezzo. L’agricoltura biologica non è solo una tecnica, ma un modo di produrre in maniera diversa, conservando la fertilità e la vitalità del suolo. Un sistema che dovrebbe essere proposto anche ai paesi in via di sviluppo, anche perché l’agricoltura intensiva non solo danneggia il suolo ma “costa” molto in termini di energia”.
Altro tema molto caro ai detrattori del biologico è quello dei controlli, affidati ad enti certificatori (il cui bollino compare sul prodotto finale) che sono pagati, però, da tutti i produttori. La legge, comunque, prevede controlli affidati alle Regioni, sugli organismi certificatori e anche sui produttori. “Le irregolarità più frequenti sono legate alla documentazione”, spiega il Commissario straordinario dell’Arsial del Lazio, Fabio Massimo Pallottini. “Nella nostra attività degli ultimi 8 anni”, racconta, “su circa 100 campionamenti di prodotti in campo e di mangimi e fertilizzanti si sono riscontrate solo 2 positività ad antiparassitari mentre c’è ancora da lavorare sugli OGM dove il Lazio vanta una legge all’avanguardia. I consumatori, comunque, possono star sicuri, io stesso consumo alimenti biologici e, soprattutto, di stagione e locali”.
Un altro punto critico riguarda l’organizzazione. “Il ministero”, spiega ancora Pallottini, “dovrebbe rendere unico il sistema di gestione dei dati della produzione biologica italiana su scala nazionale. Questo permetterebbe di abbattere i costi, di collegare domanda e offerta e di semplificare un meccanismo che oggi è farraginoso e tiene lontano dal mondo del biologico piccoli produttori che non sono in grado di gestire il grosso impegno burocratico richiesto per certificare il loro prodotto. E poi, i consumatori dovrebbero anche imparare a comprare: le nostre razze bovine bianche, per esempio la maremmana, la marchigiana, la chianina o la romagnola, sono allevate estensivamente e non possono essere alimentate forzatamente. Hanno cioè tutte le caratteristiche per essere bio”.

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