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La Repubblica

“Sta finendo lo champagne” scoppia la guerra per le bollicine ... Nel mondo consumi alle stelle. Scorte in esaurimento... L’acqua è poca, il petrolio anche e persino lo champagne scarseggia. D’accordo, non è un bene di prima necessità, però se c’è magra di bollicine il problema è sempre quello: risorse che si prosciugano in un mondo che consuma sempre di più. Non era prevedibile, prima neanche ci si pensava, lo champagne era un lusso per pochi, era la vita frizzante e briosa di chi se la poteva permettere. Adesso è diverso, una bottiglia di Laurent-Perrier o una Vedova nera si stappano con maggiore facilità, per pasteggiare o per l’aperitivo, non più solo il brindisi per un’occasione (davvero importante).
E poi c’è che i francesi lo nascondono nelle cantine come una specie di liquidazione per il futuro, un Tfr per la pensione che arriverà. Le tengono al riparo dell’arsura, sottraendo al mercato decine di milioni di bottiglie. Quest’ultima è una tesi tutta inglese: la Gran Bretagna è il primo consumatore europeo di champagne, quasi 37milioni di bottiglie, quindi è chiaro che gli interessa se i vicini di casa le imboscano anziché venderle (a loro). Ieri sul Times tra le ragioni d’allarme c’era questa, i produttori non ce la fanno più a sostenere una domanda sempre crescente, oltre a quelli tradizionali si aggiungono mercati emergenti: Stati Uniti, Russia, Cina, India.
Per Patrick Le Brun, rappresentante dell’unione dei produttori di Champagne, le bottiglie sono quelle che sono e “se insufficienti per tutti, si preferisce dirottarle sui paesi strategici”. Frédéric Cumenal, presidente di Moet & Chandon, dice che la differenza sta nel fatto che prima “l’industria è sempre riuscita a far fronte alle richieste e invece oggi no, i raccolti sono al loro massimo e a breve si toccherà la fine”. La crisi dello champagne è il suo stesso successo. Le vendite mondiali sono aumentate dai 287 milioni di bottiglie del 2001 ai 321 del 2006 (+4,6% sul 2005). Quest’anno si stima di arrivare a 330. Soprattutto perché crescono le esportazioni in paesi come Russia (+39%), Cina (50%), India (+125%). Gli esperti dicono che al massimo, spremendo fino all’ultima goccia gli acini, si possono ottenere 350 milioni di bottiglie. Molti dubitano che questo limite potrà essere rispettato. Il problema potrebbe essere risolto (per gli inglesi) cacciando fuori dalle cantine i circa 100 milioni di bottiglie nascoste. Di anno in anno, antica tradizione, i produttori avrebbero messo da parte circa il 10% per crearsi un gruzzolo per un futuro assetato. Forse è così. Di certo le bollicine piacciono.
In Italia il doppio, perché oltre allo champagne (9,3 milioni di bottiglie con una crescita del 5,13%, quinto posto dell’export mondiale) abbiamo il nostro spumante “metodo classico” che ormai poco ha da invidiare Oltralpe. Mario Falcetti, enologo di Contadi Castaldi (Franciacorta), dice che “ormai siamo quasi a un pareggio: le bollicine italiane sono migliorate in qualità, la comunicazione e l’immagine sono più curate, tra i consumatori c’è maggiore consapevolezza, i ristoranti hanno carte più ragionate e anche il turismo gastronomico ha dato il suo contributo alla diffusione di una cultura. E poi una bottiglia di media qualità nostra costa il 20-30% in meno della francese”. Forse è l’accessibilità, la sdrammatizzazione di un prodotto d’élite ad aver inciso di più: Florence Guyot, export manager per l’Italia dei migliori champagne, è da anni che punta su questo, “una fetta di culatello e un calice”. Non è da refettorio, però è più simpatica la bollicina adesso e finché ce ne sarà.

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