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La Repubblica

Amava i ristoranti e la buona cucina ... Non sarà forse ricordato per questo, ma Carlo Caracciolo sul finire degli anni ’80 è stato per un breve periodo il più importante ditore di gastronomia del nostro Paese. Rilevando il “Gambero Rosso” (e salvandolo da fine certa come fece più tardi per “Libération”) si trovò riuniti sotto il cappello del gruppo Espresso tutti i principali soggetti che si occupavano di tavola e di vino in quegli anni, il diavolo e l’acqua santa, e anche di più. C’era Federico Umberto D’Amato, direttore della guida Ristoranti de “L’Espresso” - parimenti impegnato nella “gourmandise” come nei Servizi Segreti di Stato -, c’erano Stefano Bonilli e tutta la compagnia del Gambero Rosso, compresa la dote che il Gambero portò con sé: parte dell’allora Arcigola, da lì a poco pronta a trasferirsi in Slow Food. L’impresa non si rivelò tra le più riuscite e il sodalizio si smembrò nel giro di un paio di anni, vista anche l’eterogeneità dei soggetti coinvolti, che presero ognuno la propria strada, secondo le diverse inclinazioni. Tuttavia, di una cosa sono certo: Carlo Caracciolo si divertì tantissimo, perché era una persona intelligentemente curiosa, che amava la buona cucina, con cui era un vero piacere sedersi a tavola. Non a caso ha avuto il merito di mettere in piedi le guide de L’espresso, vini e ristoranti, che ancora oggi sono uno stimolo fondamentale per ristoratori e produttori nella loro rincorsa alla qualità e all’eccellenza. L’impresa gastronomica fu senz’altro marginale rispetto a quanto il Principe ha realizzato nella sua vita, ma credo che sia emblematica del suo stile, più volte ricordato in questi giorni di lutto. Una signorilità che si esprimeva con discrezione, attraverso la capacità di essere sempre presente, anche con grande simpatia, ma senza apparire preponderante o risultare prevaricante. Nessun tipo di autoreferenzialità, nessun parlarsi addosso, mantenendo la lucidità necessaria a comprendere bene le situazioni in cui si trovava. Tant’è vero che lasciò tranquillamente che i membri di quel sodalizio eterogeneo (di cui si occupò sempre in prima persona, ed è la dimostrazione che si divertiva) si dividessero. Soltanto un mese fa è venuto a visitare quello che Slow Food ha realizzato a Pollenzo: Università. Banca del Vino e strutture ricettive. Sono sicuro che, mentre esprimeva il suo apprezzamento, un po’ di modesto compiacimento l’ha provato, perché era consapevole di essere in qualche modo anche parte di quella storia.

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