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La Repubblica

New York gioca al proibizionismo, riaprono i Bar segreti anni ’20 ... Nel tempo in cui nulla è proibito il finto proibizionismo eccita i nervi esausti dei consumatori. Per americani stanchi della solita taverna, del solito saloon, del solito pub pseudo irlandese con orrido cibo e testa di cinghiale sopra il banco, si socchiudono le porte del neo-proibizionismo finto, di locali ispirati alle bettole degli anni ’30, gli “speakeasy”, dove tutto è falso, meno naturalmente la sbornia. Concentrati soprattutto a New York, ma sempre più diffusi nelle altre grandi città, queste “Disneyland” del liquore furoreggiano, per offrire a una clientela alla ricerca del finto brivido, come ai bambini nelle case delle streghe virtuali, l’impressione di partecipare a uno spettacolo preoccupante e trasgressivo.
A una ricerca della ciucca perduta. A Brooklin, davanti al portoncino anonimo e rigorosamente senza insegne, come voleva la finzione della segretezza nei tempi del Proibizionismo, del Hideout, il nascondiglio, o al “Dutch Kills”, in memoria di Dutch Schulz. indimenticabile e sanguinario mafioso degli anni ruggenti, l’avventore deve bisbigliare parole d’ordine pre-concordate al guardaportone, per entrare. Naturalmente sempre “a bassa voce”, perché questo signifìca appunto “speakeasy”: parla piano, non gridare.
Locali per bevitori che vogliono aggiungere all’effetto dei cocktail il piccolo brivido in cerca del tempo perduto, proliferano soprattutto a New York, censiti accuratamente dal New York Times che segnala quelli che ricorrono a sceneggiature e scenografie sempre più elaborate, perché tutto stanca e tutto si consuma in fretta nella clonazione commerciale. Per accedere al “Please Don’t Tell”, ti prego non dirmi niente, nell’East Village, gli avventori devono superare un ristorante di hot dog, passare nel retrobottega, secondo un collaudato trucco degli anni ’30, quello del negozio civetta, e poi entrare in una cabina del telefono stile “Clark Kent Superman”. Dalla quale non usciranno in calzamaglia ma, se avranno memorizzato la password corretta, potranno accedere a lussosi locali arredati senza badare a spese in gusto “post al Capone”.
Tutto molto diverso dai veri speakeasy sbocciati nel gennaio del 1920, quando la pressione delle signore della Temperanza
strappò l’emendamento costituzionale che rese illegale la produzione e il consumo di alcolici, gettando le solide basi di un’industria divenuta poi fiorente, la mafia organizzata.
Per numerosi che siano, ormai un trentina distribuiti fra San Francisco (“Bourbon and Branch”), Chicago, (“The Violet Hour”), Kansas City, città dove il traffico di melassa e alcol illegale portò importanti famiglie mafiose, Cleveland, Los Angeles, gli speakeasy non potranno mai raggiungere i numeri mostruosi
degli anni ’20, quando soltanto nell’area di New York ce n’erano 50 mila, e nella Windy City, la Chicago di Alfonso “Scarface” Capone 10 mila. Cifre che da sole illustrano il fallimento e l’insensatezza del Proibizionismo. E non ci saranno rischi di irruzioni della polizia, che pendevano sulla testa dei locali che non avessero pagato il pizzo dovuto al poliziotto di quartiere, ma soprattutto non ci saranno pericoli letali nel bicchiere riempito da barman con intrugli innominabili, inventati per mescere liquori fatti in casa senza eccessive precauzioni, con sciroppi e creme nefande. Pagati spesso con corse all’ospedale, come accadde quando furono scoperte le virtù alcoliche dello zenzero giamaicano, ignorando la presenza di una neurotossina che paralizzava gambe e braccia. O trascurando le capacità letali dcll’alcol metilico, prodotto dalla distillazione non controllata, che in una notte del 1928, dopo essere stato ingurgitato avidamente nei cocktail, mandò direttamente al cimitero 42 avventori. Anche il cibo servito nei locali neo-proib non è neppure lontano parente dei semicommestibili compresi nei menu degli alberghi di Manhattan quando un’ordinanza dello stato permise la mescita di liquori agli ospiti degli hotel, purché con cibo, una legge che diede vita al leggendario “Panino di Raines”, dal nome dello sponsor della legge stessa, una fetta di prosciutto cotto fra due fette di pane a cassetta che si pietrificava sui tavoli giorno dopo giorno senza mai essere toccata. Oggi, lo stesso New York Times prevede che le Disneyland del Proibizionismo siano probabilmente destinate all’esistenza della farfalle, breve e colorata, prima che gli avventori si annoino. Scoprendo che il losco guardiano alla porta che ti chiede di speakeasy non sia un sinistro “bravo ragazzo” mafioso, ma un Master in Business cacciato il giorno prima da Wall Street.

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