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La Repubblica

… “Fermiamo l’assalto dei p otenti alle terre fertili” … La denuncia di Petrini a Terra Madre: governi ricchi e privati, con accordi segreti, si accaparrano le aree coltivabili dei Paesi poveri… Nel mondo c’è fame di terra. E a cercarla non è solo il miliardo di persone senza cibo a sufficienza. In campo sono scesi, con ben altra capacità di pressione, i governi che hanno capitali in abbondanza e puntano ad accaparrare le risorse più preziose mentre la popolazione punta a quota 9 miliardi: la terra e l’acqua. È la denuncia con cui si è conclusa Terra Madre, il meeting delle comunità di base del cibo organizzato a Torino da Slow Food con 4.400 agricoltori, pastori e artigiani dell’alimentazione di tutto il mondo. Una denuncia e una proposta: bloccare l’assalto alle terre fertili per difendere i diritti delle comunità locali che rischiano di venire espropriate dalle ricchezze genetiche preservate per millenni. “Questa difesa è un atto dovuto per ragioni etiche, ma è anche una scelta nell’interesse di tutti - ha spiegato Carlo Pettini, presidente di Slow Food - Le buone pratiche affinate nei secoli, il rispetto della terra e della natura sono la ricchezza che i rappresentanti dei popoli indigeni mettono, con i loro prodotti, a disposizione dell’umanità. Cancellare la memoria di questi popoli sarebbe un danno incalcolabile”. Il landgrabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di governi e investitori privati (nell’agosto 2009 a New York si è svolta la prima conferenza del commercio mondiale di terre coltivabili), è un fenomeno piuttosto recente e ancora poco studiato, anche perché molti degli accordi sono segreti. Stando ai dati diffusi a Terra Madre, milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti in concessione per 20, 30 o 90 anni a Cina, India e Corea, Giappone e paesi mediorientali in cambio di promesse di investimenti. Seul possiede già 2,3 milioni di ettari, Pechino ne ha comprati 2,1 milioni, l’Arabia Saudita 1,6, gli Emirati Arabi 1,3. Governi poverissimi svendono il loro bene più prezioso, la terra, in cambio di denaro contante e qualche infrastruttura. A facilitare il processo è la mancanza di un diritto formale, in senso occidentale, alla proprietà di molti terreni: ci si affida per lo più a norme tradizionali, non riconosciute dagli accordi internazionali. Alcuni governi si limitano ad aggiudicarsi l’uso delle terre. Altri si presentano con un pacchetto completo: titolo di proprietà e manodopera. E il caso della Cina che da 10 anni sta incentivando l’emigrazione in Africa anche per allentare la pressione demografica. Per Pechino l’Africa è il nuovo far west, una terra di conquista da cui strappare risorse e a cui affidare una quota eccedente di lavoratori: sono già 800 mila i cinesi che gestiscono imprese, foreste, miniere e costruiscono ferrovie, strade, dighe. Milioni di ettari in Africa ceduti in concessione a Cina, India, Corea e Giappone in cambio di denaro e promesse.

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