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La Repubblica

I chili in più per l’effetto fast food ... La crisi non sfiora il fast food. Cresce il consumo pro capite del cibo espresso e con esso il giro vita dei consumatori. È sufficiente frequentare due volte a settimana (studio osservazionale di coorte, Pereira e altri) per 15 anni i fast food per guadagnare 4,5 chili o più di peso. Uno studio condotto dal 1999 al 2008 dai ricercatori dell’università californiana di Davis coordinato dall’italiano Roberto Vogli, del Dipartimento Public heath sciences, in collaborazione con le università di Belfast (Irlanda del Nord) e Huston (Usa) e pubblicato sul Bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha esaminato un campione di popolazione di 25 paesi ‘ricchi”. I frequentatori di ristoranti fast food hanno aumentato le visite da 26,6 a 32,8 a testa all’anno con conseguente incremento dell’indice di massa corporea medio passato da 25,8 a 26,4. Stretta la correlazione tra obesità rilevata in certi quartieri e densità dei locali fast food. “I risultati dello studio sono sovrapponibili a quanto sta accadendo anche nei paesi in via di sviluppo - afferma DeVogli - negli ultimi trent’anni c’è stata una forte deregolamentazione dei mercati dell’agro-alimentare che ha contribuito alla diffusione del fast food e dell’obesità”. I paesi con il maggior consumo di cibo pronto sono Canada, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda mentre le percentuali si riducono nei paesi con regole di mercato più severe come Italia, Grecia, Paesi Bassi e Belgio. Necessarie, secondo lo studio, politiche restrittive del mercato: incentivi economici per i produttori di alimenti sani e freschi, tasse per le industrie che immettono sul mercato cibi ultratrasformati e soft-drinks, tagli dei sussidi agli agricoltori che usano pesticidi, antibiotici e fertilizzanti in eccesso e regolamentazione stretta degli spot pubblicitari. Insiste DeVogli: “Le ricette politiche per risolvere il problema abbondano. Più istruzione. Meno auto. Più biciclette, Meno Tv. La lista è molto lunga. Finora, tuttavia, gli interventi di sanità pubblica hanno clamorosamente fallito”. Una “tassa sugli alimenti ultra-processati” come il fast-food, gli snack e le bibite zuccherate non potrebbe essere considerato, anche dai più accesi ed estremi neoliberisti come impropria, sostiene De Voghi, “perfino Adam Smith era favorevole a una tassa sullo zucchero. Nel libro La ricchezza delle nazioni (1776) scrisse: “Zucchero, rum e tabacco, non essendo merci di prima necessità, sono bersagli estremamente adeguati per la tassazione”. Nel nostro studio, tutti i paesi hanno sperimentato incrementi di obesità e consumo di fast-food, ma in alcune nazioni come la Svizzera ci sono state crescite più marginali. Non è un caso se li la maggior parte degli agricoltori sono piccoli produttori, con forti sovvenzioni governative”. Ma i meccanismi che spiegherebbero l’influenza della libertà economica su fast food e obesità non sono ancora sufficientemente studiati, devono ammettere i ricercatori.

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