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La Repubblica

Quel vino sa di storia … Torna a produrre una vite di 300 anni “Una superstite, ora le prime bottiglie”... Fino a qualche tempo fa, era solo una leggenda. È dovuto intervenire un enologo di origine coreana per ritrovare a ridosso di un rudere, in un villaggio abbandonato nella frazione Faris di Saint Denis in Val d’Aosta, una pianta di vite di oltre 300 anni. E una specie di Vitis Vinifera varietà Petit Rouge, un vero fossile che ha resistito all’epidemia di filossera a fine Ottocento. La vigna era un’autentica foresta, con rami che vantavano lunghezze da record. Ora da un intervento di recupero di questa pianta, Chul Kyu Peloso, enologo di origine sudcoreana ma cresciuto in val d’Aosta, ha ricavato uno dei più “antichi” vini bio italiani. “È una vite centenaria di Petit Rouge, una specie autoctona a bacca rossa che cresce solo su questa parte del territorio alpino” spiega Chul Kyu. “La pianta era appoggiata sul muro di un casolare disabitato e nonostante gli ultimi abitanti della frazione ne ricordassero ancora l’esistenza, è stata dimenticata. Quando è iniziato il restauro di alcuni edifici storici del villaggio, mi hanno segnalato la presenza di questa vite, di cui mi sono innamorato”. Secondo le analisi su campioni di legno effettuate nei laboratori di ricerca forestale della Regione Val d’Aosta, la pianta avrebbe oltre trecento anni. Per quanto il Petit Rouge sia un’uva molto diffusa su queste montagne, l’età venerabile di questo esemplare lo promuove ai primi posti della top ten delle vigne più antiche d’Italia. “Ora, con l’uva di questa vite “fossile” e non solo saranno prodotte circa 300 bottiglie di Petit Rouge barricato” prosegue l’enologo. “L’assemblaggio di uve è entrato da poco nella fase di affinamento in botte e sarà pronto per essere venduto a fine primavera del 2018”. Il nome del vino è ancora top secret ma questo esemplare centenario di vite oggi è stato inserito anche in un elenco regionale di tutela delle piante monumentali. La pianta di Saint Denis, come altre, è un esempio di quel patrimonio di biodiversità che di solito si rifugia nei vigneti dei piccoli produttori. Come quelli che si sono dati appuntamento a Vi.vite, la prima kermesse nazionale delle cantine cooperative italiane, il 25 e 26 novembre al museo nazionale della scienza e della tecnologia di Milano. Alla manifestazione, organizzata dall’Alleanza delle cooperative agroalimentari che raccoglie 498 cantine, si affronterà anche il nodo della difesa delle specie autoctone per la produzione di vino di alta qualità. Per toccare con mano tutte queste uve storiche, a fine mese partiranno poi i lavori per il Vigneto Italico, una coltivazione sperimentale delle più antiche varietà italiane nell’area protetta del Bosco di San Venanzio, in Abruzzo. Nel progetto, coordinato dall’associazione Patriarchi della natura, i filari di questa nuova vigna saranno “maritati” con alberi di quercia: le viti cresceranno appoggiandosi alle piante secondo una tecnica già conosciuta dagli etruschi.

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