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L’espresso

Dolce vita. Grandi vini e tenute sontuose. Tavole d’autore e cibo d’eccellenza. Giardini e made in Italy. Così la qualità del benessere diventa imprenditoria ... Modello Chiantishire ... Un circolo virtuoso tra cultura, arie e buon vivere. Che diventa sistema di sviluppo. E la regione vola sulle ali di grandi vini, alimenti preziosi, paesaggi intatti. E agricoltura hi-tech ... I ti principio fu il “Chiantishire”. 11 triangolo d’oro tra Arezzo, Firenze e Siena, terra di colline, vigneti e casali trasformati in eremi di lusso da Sting, proprietario della tenuta settecentesca Il Palagio a Figline Valdarno, e tanti altri nababbi. E scomparso tre anni fa John Mortimer, lo scrittore inglese che coniò il celebre appellativo, ma tra i suoi connazionali il mito della Toscana è più vivo che mai. Sinonimo di benessere e stile di vita “rural chic”, tanto che il “Financial Times” di recente ha parlato dei prezzi vertiginosi ai quali vengono messe in vendita le case nel Chianti, alla faccia della crisi: i i ettari, di cui quasi tre di vigneto, vicino a Panzano per 5,5 milioni di euro, una casa colonica ristrutturata non lontana da Gaiole per 4,5 milioni. Sempre nella zona del Chianti Classico, la più pregiata, una villa in ottime condizioni con terrazze panoramiche, piscina riscaldata e dépendance per gli ospiti sui mercato a 5,6 milioni. A mettere gli occhi sulla regione sono sempre più spesso acquirenti russi, nordeuropei, da Singapore e Hong Kong. Un Eldorado ma anche un territorio fragile, come hanno dimostrato le recenti alluvioni in Maremma e Lunigiana.
Noi puntiamo sull’immateriale. Per uscire dalla crisi la Toscana punta dalla “soft econorny”, l’economia immateriale, versione contemporanea dell’armonia rinascimentale tra cultura, paesaggio, artigianato e sviluppo. Una sorta di ritorno al futuro in cui Firenze, per riprendere i temi di Florens 20 12, la biennale Internazionale dei Beni culturali e ambientali che si è svolta a inizio novembre nel capoluogo toscano, diventa il laboratorio internazionale di un nuovo modello di crescita. L’antica civiltà dei comuni, delle signorie e dei mercanti, che si fonda sulla cultura per ridefinire la propria identità. Allargandosi ad altri settori: turismo, cibo e soprattutto vino. Nella costruzione del mito, infatti, le bottiglie toscane fanno la parte del leone. Qualche numero: +9,4 per cento dell’export dei rossi Doc e Docg nei primi sette mesi del 2012, dopo l’anno dei record, il 2011, con il miglior risultato di sempre: vendite all’estero in aumento del 12,2 per cento (dati Istat) in valore rispetto all’anno precedente, oltre 650 milioni di euro, al terzo posto in Italia dopo Veneto e Piemonte. Milioni di bottiglie spedite negli Stati Uniti, il primo mercato seguito da Germania, Canada, Regno Unito e altre decine di paesi. Un settore che adesso può contare su un nuovo brand, “Tuscany Taste”, creato da Lorenzo Marini Group per Toscana Promozione, che sta per essere lanciato sui mercati internazionali per sostenere i marchi più affermati. Aziende come Poggio di Sotto, nel terroir senese di Montalcino, passata dal fondatore Pierino Palmucci al gruppo ColleMassari, guidato da Claudio Tipa. Da qui è uscita l’unica bottiglia italiana giudicata all’altezza dei 20 ventesimi, il massimo punteggio della “Guida ai vini d’Italia 2013” de “L’Espresso”: il Brunello di Montalcino riserva 2006, prodotto in soli 3.500 esemplari. Oppure come Castello d’Albola, la proprietà chiantigiana della famiglia Zonin, che con l’Acciaiolo 2009, forse il miglior vino della cantina, secondo la guida diretta da Enzo Vizzari ha raggiunto le vette dell’eccellenza: 1$ ventesimi. Nel circolo virtuoso tutto toscano tra cultura, atte e buon vivere, le aziende vinicole di qualità diventano avamposti d’arte sul territorio, gallerie open air. Come il Castello di Ama, nella zona di Gaiole in Chiami, che tra i filari ospita le opere di grandi artisti come Michelangelo Pistoletto e Daniel Buren. Oppure la nuova cantina di Marchesi Antinori a Bargino, vicino a San Casciano Valdipesa, nel territono del Chianti classico. Progettata dall’architetto fiorentino Marco Casamonti, la struttura è stata ricavata da un’incisione sottile e profonda nella collina, nel segno dei “Tagli” di Lucio Fontana. E ospita cantina di fermentazione, barricaia, bottaia, museo, libreria, auditorium, ristorante e bottega dei sapori. Custodi dei prodotti tipici. Quanto ai sapori, in effetti, la Toscana non è seconda a nessuno. Una miniera di materie prime, un territorio unico per biodiversità. La regione, come segnala Col- diretti, vanta il primato nazionale di prodotti agroalimentari tradizionali, è quarta alla pari con la Lombardia, dopo Veneto, Emilia Romagna e Sicilia per prodotti Dop e Igp, seconda dopo il Piemonte peri vini di qualità. Doc e Docg. Per non parlare dei Presìdi Slow Food, dall’agnello di Zeri, in Lunigiana, alla bottarga di Orbetello. Un’industria, quella alimentare, che in Toscana conta quasi 3.700 imprese, oltre 21 mila addetti e 4,7 miliardi di fatturato (dati Federalimentare). Nei primi sei mesi dell’armo, l’export del “made in Tuscany” ha raggiunto la quota di 750 milioni di euro, con una crescita del 5,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2011, trainata da vino (+7 per cento), compatto oleario (+3 per cento) e prodotti da forno (+8,9 per cento). Prodotti tipici tutelati da consorzi come quello dell’Olio Extravergine di oliva toscano Igp, che per far conoscere il Toscano lgp Colline di Firenze ha organizzato fino al 20 dicembre una serie di appuntamenti nel capoluogo toscano in ristoranti (coinvolgendo tra gli altri gli chef Fabio Picchi con il Teatro del Sale,Vito Mollica de Il Palagio Four Seasons Hotel, Beatrice Segoni di Borgo San Jacopo) e bar (tra cui Cibreo Bar e Caffè Giacosa di Roberto Cavalli). Organizzazioni come il consorzio di tutela del Prosciutto Toscano Dop, che dopo aver siglato un accordo con ic autorità statunitensi e ottenuto la registrazione del
marchio “Prosciutto Toscano”, dal prossimo anno sbarcherà in America. E il consorzio del Pecorino Toscano, l’unico formaggio Dop della regione, che parteciperà all’iniziativa della rete Campagna Amica di Coldiretti, che attraverso il sito web “coldiretti.it” offre la possibilità di acquistare tre tipi di cesti di Natale con i prodotti tipici per aiutare le aziende agricole alluvionate. Tracce di cibo nell’inferno di Dante. La Regione Toscana, del resto, da sempre è impegnata nella difesa delle varietà locali: nel 1997 istituì la prima legge regionale di tutela, che ha portato alla creazione della figura del coltivatore “custode”, oggi 116. incaricati dalla Regione di conservare nella propria azienda le varietà a rischio, in molti casi antiche, 754 censite finora. Vitigni minori autoctoni, legumi, verdure, lattughe e frumenti, dalla patata rossa di Cetica al pomodoro costoluto fiorentino. E delle “banche del germoplasma”, che conservano le cellule germinali a rischio estinzione in celle frigorifere, per sottrarle all’oblìo. Ma come si spiega la vocazione toscana alla cultura del cibo e alla biodiversità alimentare? Secondo Antonella Campanini, docente di Storia della cucina all’università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, nel Cuneese, bisogna fare un passo indietro di qualche secolo, Nel Medioevo, durante l’età dei comuni, ogni città aveva un proprio mercato, con una funzione catalizzatrice del territorio”, spiega: “Anche in virtù di un certo campanilismo, si svilupparono molte produzioni locali. Una storia del tutto diversa,ad esempio, da quella di Napoli e Palermo, citta-capitali”. E risale alla stessa epoca anche la seconda famiglia di ricettari anonimi (la prima è dell’Italia meridionale), di origine toscana. “Probabilmente si tratta dì manoscritti senesi,che testimoniano la crescita di una “borghesia” di artigiani nei Comuni. Del resto anche Dante Alighieri, in uno degli ultimi Canti dell’“Inferno”, lancia un ‘invettiva contro la vanità dei senesi, “una brigata spendereccia”, ovvero un gruppo di amici che avrebbe sperperato tutto in banchetti sfarzosi”.

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