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L’espresso

Champagne di mare ... Arcipelago delle Aaland, Mar
Baltico, fra Svezia e Finlandia,
16 luglio 2010: un gruppo di
sommozzatori, al lavoro sul
relitto di una nave affondata
intorno al 1880, trova 168 bottiglie di un
liquido che pare vino. La prima bottiglia
riportata in superficie rivela che si tratta
di Champagne. Ma è senza nome. La
Maison Veuve Clicquot Ponsardin, quella
della celebre “etichetta gialla”, subito
offre la propria competenza enologica e
tecnologica per riportare in superficie,
con le cautele necessarie, tutte le bottiglie,
e avvia le ricerche d’archivio per
autenticarle e datarle. Quarantasette di
quelle bottiglie recano infatti il logo inconfondibile
“VCP”, Veuve Clicquot
Ponsardin, risultano risalire agli anni fra
il 1839 e il 1941 e far parte di una cospicua
fornitura diretta verosimilmente alla
corte degli zar, grandi consumatori di
Champagne. Dieci di quelle quarantasette
bottiglie vengono restituite alla casa
madre e, protette come fossero reliquie,
sono sottoposte a esami, analisi ed esperimenti
di ogni tipo. Finché, nel maggio
del 2012, una è destinata a un’esclusiva
degustazione riservata a una decina di
enologi e giornalisti specializzati internazionali
(fra i quali, chi scrive quest’articolo).
Stupefacente il risultato: del perlage,
cioè delle bollicine, la traccia è quasi
impercettibile, ma il vino è integro. Evidentemente
gli alti standard di lavorazione
già allora praticati e la stessa qualità
delle bottiglie, dei tappi e dei sigilli hanno
protetto il vino.
“E un vino eccellente, vivo, che ha conservato
i suoi aromi originali: naso speziato,
con tracce di caffè, al gusto note di
fiori bianchi e accenti di agrumi”, commenta
Dominique Demarville, chef de
cave di Veuve Clicquot. Ed è dolcissimo,
come un vino da dessert, non a causa di
una degenerazione provocata dal tempo
ma perché a quell’epoca si aggiungevano
al vino-base dello Champagne centocinquanta
grammi di zucchero per litro,
contro i dieci scarsi di oggi.
Prende corpo allora un progetto del
tutto originale, che soltanto qualche
settimana fa è stato rivelato e avviato: “A
cellar in the sea”, una cantina nel mare,
ovvero lo studio e la sperimentazione
nell’arco di cinquant’anni del processo
di invecchiamento dello Champagne
nelle condizioni "naturali" che il fondo
del mare può garantire, e cioè l’assenza
di luce, la temperatura costante, l’immobilità.
I tecnici di Veuve Clicquot concepiscono
e realizzano un contenitore ritenuto
ideale per l’invecchiamento sott’acqua,
il “Caveau d’Aaland”, che viene
stipato d’una selezione delle famose
“yellow label” in formato classico e magnum,
di Vintage Rosé millesimato 2004
e di Demi Sec. Finalmente, il 18 giugno
scorso il contenitore è stato immerso a
quaranta metri di profondità, accanto al
relitto ritrovato quattro anni fa. È iniziato
così il monitoraggio del processo di
invecchiamento, durante il quale Veuve
Clicquot recupererà a cadenza regolare
alcuni dei vini immersi ed eseguirà, con i
tecnici e con gli stessi partecipanti alla
prima degustazione, alcune degustazioni
comparative con i duplicati conservati
nelle cantine di Reims, nella regione
francese dello Champagne, delle stesse
bottiglie. E campioni dei vini recuperati
negli anni saranno inviati alle Facoltà di
Enologia delle Università di Reims e di
Bordeaux per essere sottoposti ad analisi.
Obiettivo: scoprire i “segreti” dell’invecchiamento
nelle acque del Baltico, e
non solo del Baltico.

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