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LO STUDIO DELL’UNICUSANO

L’olio extravergine come leva sociale, e non solo economica, per i territori e le comunità rurali

L’Italia è leader mondiale di una filiera strategica che favorisce la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile nel Belpaese
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L’olio extravergine italiano leva sociale oltre che economica per i territori

Non è solo una questione di mercato o di tradizione alimentare: l’olio extravergine di oliva si conferma un fattore strategico di coesione sociale e sviluppo sostenibile in Italia. Lo dimostra una ricerca dell’Università Niccolò Cusano (Unicusano) di Roma, condotta dal team dell’area merceologica composto dalle professoresse Gabriella Arcese e Maria Giovina Pasca, dalla dottoressa Giulia Padovani e dal dottor Dario Barberini, pubblicata sulla rivista scientifica internazionale “The International Journal of Life Cycle Assessment”, e che analizza il comparto olivicolo con un approccio innovativo basato sulla Social Life Cycle Assessment (S-Lca), evidenziando come l’impatto della filiera vada ben oltre il valore economico e coinvolga il benessere dei lavoratori, la vitalità delle comunità locali, la qualità delle relazioni lungo la catena produttiva e il livello di trasparenza verso i consumatori. In un mercato globale in cui la sostenibilità viene spesso ridotta ai soli indicatori ambientali o economici, la ricerca Unicusano dimostra, insomma, che la produzione alimentare è, innanzitutto, un fenomeno sociale. “La dimensione ambientale è essenziale, ma senza quella sociale la sostenibilità resta parziale: solo integrando ambiente, persone e comunità possiamo parlare di vero sviluppo sostenibile”, spiega Dario Barberini.
Attraverso il framework metodologico Unep (2020) e lo standard Iso 14075:2024, lo studio ha analizzato 4 macro-aree cruciali: il benessere dei lavoratori, i benefici per la comunità locale, le relazioni con gli attori della filiera e la trasparenza verso i consumatori. Secondo i dati Ismea 2024, il settore conta oltre 619.000 imprese e più di 4.200 frantoi, generando un fatturato complessivo di 5,8 miliardi di euro e un export che supera i 3 miliardi di euro. Tuttavia, resta esposto a criticità legate alla stagionalità e ai rischi sul lavoro, come confermano anche i dati Inail del settore agricolo, che nel 2024 ha registrato oltre 26.000 denunce di infortunio e un aumento significativo delle malattie professionali. Case history, tra le tante, come quella del Frantoio Franci, in Maremma, dimostrano, per esempio, che politiche aziendali formalizzate all’aggiornamento costante dei Documenti di Valutazione dei Rischi (Dvr) e programmi di formazione stagionale portano ad un tasso di infortuni prossimo allo zero. Si rafforza così l’idea che la qualità dell’olio sia strettamente legata alla tutela delle persone e del territorio in cui nasce.
Questo legame indissolubile tra produzione e governance locale si traduce in benefici concreti per le comunità: occupazione locale, acquisti a chilometro zero da fornitori del territorio, manutenzione del paesaggio agrario e sviluppo dell’oleoturismo, quest’ultimo sempre più rilevante nel contrastare l’abbandono delle aree rurali e nel generare nuove opportunità economiche. In Italia, il territorio olivicolo si estende, infatti, su oltre 1,14 milioni di ettari coltivati, di cui il 24% biologico, rappresentando un presidio fondamentale contro l’abbandono delle aree interne. Ciò avviene grazie a filiere di qualità capaci di generare un forte radicamento territoriale, supportato anche dal sistema delle certificazioni Dop e Igp: 42 denominazioni Dop e 8 Igp, con una produzione certificata che nel 2024 ha raggiunto le 16.190 tonnellate, in crescita del +31,1% sull’anno precedente, fino a generare un valore al consumo di 258 milioni di euro.
A rafforzare ulteriormente il ruolo strategico del comparto, contribuisce la reputazione internazionale dell’Italia, che è il secondo esportatore mondiale di olio d’oliva e detiene il 20% del commercio globale. In questo scenario, i consumatori sono sempre più orientati a valutare non solo le caratteristiche organolettiche del prodotto, ma anche l’etica e la tracciabilità della filiera. La S-Lca si propone, dunque, come uno strumento innovativo e rivoluzionario anche per le imprese, in grado di valorizzare una filiera socialmente sostenibile i cui benefici si riflettono su tutti gli attori della catena del valore: per gli olivicoltori locali, attraverso contratti stabili, pagamenti puntuali e trasferimento di competenze; per la grande distribuzione, grazie alla totale tracciabilità, alla conformità ai criteri Esg (environmental, social, and corporate governance) e all’azzeramento dei rischi reputazionali legati al lavoro irregolare; per i consumatori, con la certezza di acquistare un prodotto d’eccellenza valutato non solo per il profilo sensoriale o chimico, ma per l’etica e la trasparenza della sua intera storia produttiva.
L’Evoo si configura, così, come un vero ecosistema capace di creare valore condiviso lungo tutta la filiera, confermando che il futuro delle eccellenze agroalimentari italiane non dipenderà più solo da cosa si produce, ma da come e con chi lo si produce, integrando qualità, responsabilità sociale e radicamento territoriale.

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