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Brivido giovane … Leggero, fresco, facile da bere: il Vermentino ha fatto boom. Il sommelier Gori: “Under 30 conquistati, può essere un successo duratuto”... Per i maligni è “il prosecco dei bianchi fermi”. Per tanti è il vino delle emozioni. Magari prét-à-porter, ma comunque emozioni: dall’aperitivo con gli amici al momento delle coccole a due, dalla grigliata di pesce alla rapida sosta alcolica, il Vermentino spopola. Una vera mania, più che una moda, e non da ora, il successo di questo bianco “facile” che, dalla penisola iberica, sarebbe arrivato attraverso la Francia e la Corsica sulle nostre coste occidentali, fino a conquistare due Docg in Sardegna, e ad entrare in diverse Doc tra Liguria e Toscana. Parlano i numeri: tra il 2012 e il 2017, nella grande distribuzione, il Vermentino ha conosciuto una crescita del 7,2% (secondo solo al +9,8 del Tràminer), a quota 37 milioni di bottiglie; e la sola provincia di Grosseto (dove tra l’altro si tiene, a Magliano, un challenge dedicato) conta ormai 1.000 ettari di vigne dedicate. Un vero e proprio fenomeno. Ne abbiamo parlato con Andrea Gori, il “sommelier informatico” che è anche “spacciatore” di ottime bottiglie nella trattoria con bottega alle porte di Firenze.
Gori, perché il Vermentino va tanto di moda?
“È un vitigno autoctono con buona aromaticità, diventato il bianco per eccellenza in Toscana con una produzione che, in breve, ha soppiantato la storica Vernaccia di San Gimignano. Ma se la Vernaccia è diventato vino da nerd appassionati di vini acidi sapidi e “minerali” magri e secchi, il Vermentino è un vino popolare alla portata di tutti, dolce e fruttato. Senza trascurare alcune vette impressionanti di qualità nella zona di Luni”.
Una volta era solo sardo. Ora lo fanno tanti, anche in Toscana e Liguria, anche maison importanti: solo motivi commerciali?
“In Toscana è stata messa in piedi una operazione commerciale ben studiata partita da Bolgheri (c’era bisogno di un bianco per completare l’offerta di rossi bordolesi) e allargata alla Maremma, finendo per diventarne il vino simbolo”.
Ha qualcosa di speciale, per piacere così tanto?
“Ha un profilo sensoriale molto bene distinto, si differenzia per aree ma conserva alcune caratteristiche. Il pregio principale è il mix di note fruttate agrumate e tropicali con buona acidità e soprattutto erbe aromatiche come anice, salvia, timo, menta che gli danno decisa identità mediterranea. È poi una varietà molto resistente alla siccità, elemento destinato forse a diventare fondamentale. E quindi è ovvio che stia attirando attenzione non solo in Italia ma anche dalla Cina fino agli Usa passando per l’Australia”.
Ma qual è il “vero” Vermentino? Da cosa si riconosce, il migliore?
“In Toscana il più “personale” è quello dei Colli di Luni, vista mare ma quota altimetrica non banale e suolo roccioso con poca argilla. In Maremma o a Bolgheri è più grossolano, rotondo e fruttato e può mancare di intensità aromatica, per cui lo si taglia con sauvignon e viognier: nei terreni argillosi e con clima più caldo tira fuori un carattere più morbido, dolce e ruffiano, già amato dal mercato e riconoscibile. Andando verso Nord fino alla Liguria c’è un alleggerimento che porta a una maggiore eleganza e finezza di profumi. Un carattere ancora più evidente verso Ponente e poi in Comica e Sardegna, dove il Vermentino prende il volo. Soprattutto in Gallura le note sapide, iodate balsamiche e di erbe aromatiche raggiungono una purezza cristallina che fa emozionare: un terroir grandioso non ancora del tutto sfruttato dai nostri vignaioli”.
È un fenomeno destinato a crescere?
“Nel medio termine sì, sui mercati c’è forte richiesta. I consumatori del futuro sono i giovani entry level che hanno bisogno di vino semplice e gradevole, ma senza perdere di vista quelli che cercano l’emozione e il sogno di tornare in un attimo in Sardegna o sulla costa del Mediterraneo annusando un bicchiere in una fredda serata a New York o Pechino. Se saprà restare un vino godereccio senza troppo cerebralità, il Vermentino continuerà a vincere”.

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