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Bollicine di nebbiolo … Andrea Ferrero, direttore del Consorzio di tutela, spiega come è avvenuta la recente riscoperta del vitigno nella versione spumante d’Alba... Dai primi esperimenti ottocenteschi, incoraggiati dalla stessa Casa Savoia agli albori della storia spumantistica italiana, all’accantonamento pressoché totale. Poi la riscoperta, recentissima e in un punta di piedi ma che potrebbe presto diventare una pagina molto significativa nel grande libro delle bollicine. Il nebbiolo, il nobile vitigno rosso in grado di competere con i mostri sacri francesi, sta trovando felice applicazione negli spumanti, in particolare rosati. “Il nebbiolo è un vitigno molto eclettico - spiega Andrea Ferrero, direttore del Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani -. Ha diverse sfaccettature e la versione spumante rappresenta un completamento di gamma, perché la produzione di grandi rossi resta naturalmente la vocazione primaria di tutte le aziende. In questo particolare contesto di forte interesse nei confronti dei vitigni autoctoni, il nebbiolo spumante rispecchia i consumi attuali. Parliamo di un vino con sentori complessi, che si presta all’invecchiamento e ha un suo carattere non standard rispetto agli spumanti da chardonnay e pinot nero che possono essere prodotti in tutto il mondo”. Il nebbiolo d’Alba spumante ha una sua disciplinare, per il bianco e per il rosato, che consente sia il metodo classico che il metodo della fermentazione naturale in autoclave (o metodo Martinotti). Inoltre, una base fino al 10% di nebbiolo può essere utilizzata nel blend che dà vita all’Alta Langa, il prodotto di punta nel ventaglio spumantistico piemontese. Sotto l’aspetto qualitativo del nebbiolo in purezza, tuttavia, le migliori interpretazioni vanno probabilmente cercate al di fuori della doc. Sono state infatti sei cantine diverse e distanti fra loro, cinque piemontesi e una addirittura valdostana (Cascina Ballarin, Franco Conterno, La Kiuva, Reverdito, Rivetto e Travaglini), a “inventarsi” una sorta di disciplinare per la produzione di spumante da nebbiolo, in questo caso rigorosamente bianco. La peculiarità, oltre al metodo classico e alla sosta sui lieviti di almeno 40 mesi, è l’utilizzo delle punte degli acini, poco adatte alla vinificazione dei rossi e invece ottime per gli spumanti in virtù dell’alto tasso di acidità che le caratterizza. Le prime bottiglie sono entrate in commercio nel 2015, salutate con favore da pubblico e critica. Ma per trovare il vero pioniere della moderna spumantizzazione del nebbiolo bisogna spostarsi nell’altro grande terroir di questo vitigno, la Valtellina, dove Aldo Rainoldi ha cominciato i primi esperimenti negli anni ‘70 per arrivare a produrre la prima bottiglia nel 1980. Una “felice intuzione”, come la definisce lo stesso proprietario ed enologo dell’omonima cantina di Chiuro, che lo ha portato quest’anno a ottenere il “Sole” della Guida Veronelli con il Cuvée Maria Vittoria Rosé Nature. “Insieme al nebbiolo usiamo un 8-9% di pignola e rossola - spiega Rainoldi - due vitigni locali che ci permettono di tenere alta l’acidità e danno un’ottima colorazione per il rosato”. Nasce così un vino unico, e da vitigni d’alta quota tra i 550 e i 730 metri d’altitudine, con 60 mesi di affinamento sui lieviti. L’emblema delle potenzialità della spumantizzazione da nebbiolo, la via tutta italiana alle bollicine di qualità.

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