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Vendemmia 4.0 … L’enologo Cotarella: “ Il cambiamento climatico si fa sentire in maniera importante. Ma oggi la scienza ci aiuta”... “Minore quantità, una previsione che si aggira intorno a un meno 16%, otto milioni di ettolitri, su un 2018 che è stata un’annata molto ricca. Vorrà dire riduzione delle giacenze in cantina, in qualche caso anche importanti, ma vorrà dire anche un’annata di bella qualità”. E’ la previsione sintetica per la vendemmia 2019 tracciata da Riccardo Cotarella, che ha sempre il binocolo privilegiato di presidente degli enologi. Italiano e internazionale: non a caso lo raggiungiamo a Cremisan, l’azienda vinicola dei Salesiani a Bethlehem, meta vigneto in Israele e l’altra metà in territorio palestinese.
Un’Italia a pelle di leopardo, però.
“Sì, questa stima a una media. Ma il segno meno a generalizzato, dove il 2 o il 5, dove il 7 o anche il 20 e i125. Solo la Toscana dovrebbe mettere a segno una crescita, con un più 10%”.
Sono gli effetti del clima pazzo?
“Certo. La qualità dipende dal lavoro degli uomini, ma questo cambiamento climatico si fa sentire in maniera importante, ora con bombe d’acqua ora con grandinate o con periodi di siccità...”.
E come si argina?
“Ci aiuta la scienza. Il clima non e una discriminante negativa se si lavora in vigna secondo canoni scientifici, dalla gestione delle chiome alle impalcature e altro. Oggi non possiamo più lavorare come i nostri avi che non disponevano di mezzi meccanici e scientifici”.
Però qualche giorno fa a Bolgheri i produttori hanno detto che grazie al clima più caldo negli ultimi 15 anni si sono prodotti i migliori vini della storia...
“Contrariamente a quello che scrivono tanti “leoni da tastiera”, i vitigni italiani in massima parte sono a maturazione tardiva, vedi i Sangiovese e il Nebbiolo, il Nerello Mascalese, il Gaglioppo o il Magliocco, il Negramaro... Con un clima normale il Montepulciano d’Abruzzo arrivava anche a novembre, con il rischio di perdere l’integrità per le muffe, ora è l’opposto, bisogna gestirlo molto bene perché non maturi troppo presto. Certo un Sangiovese nel Chianti Classico su colline a 800 metri ne ha usufruito, matura meglio e di più. Insomma, non c’è da essere catastrofisti: abbiamo con noi la scienza, facciamo controlli che prima non esistevano. Certo, il clima non deve eccedere, non potremo mai portare l’aria condizionata in vigna”.
Ma ci sono in Italia luoghi dove si lavora meglio?
“Beh, l’approccio alla vigna e la cantina è un approccio umano, io non vorrei portare un siciliano a coltivare Nebbiolo o un piemontese ad allevare Nero d'Avola. Indubbiamente esistono aspetti di carattere culturale o passionale”.
Meglio puntare sui reimpianti o sulle viti vecchie?
“Finché la vite vecchia da buoni risultati e assurdo cambiarla, per la qualità e anche per i costi. Certo, è importante individuare come e quanto il vecchio e agevolato per esempio dalla siccità... Ma insomma, e un po’ come per gli uomini: alla saggezza del vecchio non si può rinunciare, però quando si va giù... beh, arriva il momento di valutare la resa economica”.
Intanto, ci vantiamo di essere il primo produttore al mondo.
“E che me ne faccio? Io voglio fare la migliore qualità e il miglior valore aggiunto! Che ci porta essere i primi per quantità, se siamo distanti anni luce dai prezzi unitari spuntati dai francesi? Allora produciamo meno uva e facciamocela pagare di più: l’anno scorso abbiamo toccato il fondo con i prezzi! Io non sopporto più di entrare in autogrill e vedere che una bottiglia di acqua costa più di un bicchiere di vino. Il sistema deve puntare su commercializzazione e comunicazione: i big lo sanno fare, ma c’è chi non raccoglie nemmeno le fatiche che ci mette”.
Ma chi sono i competitors pia pericolosi?
“Ormai si lavora in tutto il mondo, ovunque si fa vino, anche in Argentina e in Cina. Sono poche le aree non vocate, tutti sono potenziali competitors. Però noi abbiamo un patrimonio che nessuno ha, la trasversalità culturale, la biodiversità, i vitigni autoctoni: bisogna dare valore a tutto questo, e imparare a raccontare la qualità altissima che in vent’anni il vino italiano ha raggiunto grazie a produttori ed enologi. C’è più professionalità, ma non basta, la comunicazione è vitale, e noi abbiamo cose infinite da raccontare. Qualcuno, come per esempio Montalcino, ci è riuscito, ma esempi del genere ne avremmo quanti ne vogliamo. Una grandissima annata non basta, se altri la raccontano meglio di noi...”.

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