02-Planeta_manchette_175x100
Allegrini 2018

Repubblica Affari & Finanza

Dai dolci ai vini, il regno dei gourmet è qui ... Il paese di Bengodi esiste e sta in un posto abbastanza inaspettato, tra le Alpi e gli Appennini attorno al Po appena nato. Proprio lì, nelle pianure nebbiose, sulle colline di Langa e di Monferrato, nelle risale, nascono e vengono trasformati molti campioni del cibo e del vino italiano. Barolo e Barbaresco certo e poi Moscato, Barbera, Gavi, Gattinara e vermouth e grappe. Insomma a Torino e dintorni il bicchiere è sempre pieno. Ma tra i prosciutti Dop del Cuneese e i peperoni di Carmagnola, tra il riso del Vercellese e i tartufi di Alba, fino alla frutta del Saluzzese, alle nocciole, al cioccolato al gelato é al caffè, anche il menu è complotti. Perché l’agroalimentare è divenuto négli anni uno dei settori trainanti dell’economia piemontese. Oltre 12 miliardi il fatturato nel 2014 (il 10 per cento del totale nazionale) i dati 2015 parlano di un ulteriore incremento del per cento. Anche l’export che nel 2015 supererà i 4 miliardi (con il vino che conta per il 35 percento) è in aumento. Positivi anche i dati su aziende e occupati: 55 mila le imprese agricole a fine giugno 2015, 4600 le industrie alimentari con oltre 31 mila occupati. Si va da vere multinazionali come la Ferrero il cui fatturato ormai sfiora i 9 miliardi e che, pur mantenendo il core business ad Alba, ha stabilimenti in decine di Paesi, al piccolo produttore di Barolo che le sue 10 mila bottiglie le esporta tutte negli Usa o in Nord Europa. C’è Eataly, il miracolo italiano che ha chiuso il 2014 con un fatturato di 350 milioni, e ha aperto store in ogni continente da New York a Mosca da Monaco di Baviera a San Paolo, a Tokyo. Oscar Farinetti ha lasciato la guida a Andrea Guerra (ex Luxottica) anche in vista della quotazione in Borsa, prevista entro i12017. C’è Lavazza, altra multinazionale, che guida una piccola filiera del caffè che va da Vergnano a Costadoro. Ci sono le acque minerali del colosso Sant’Anna, di Sparea, di Lauretana, Lurisia e San Bernardo. C’è il riso. Ci sono il Latte e i formaggi della Centrale del Latte, oggi terzo polo nazionale, di Biraghi o Inalpi. C’è l’altro cioccolato nell’alessandrino (Elah, Doufour, Pernigotti e Novi) e il polo dolciario del fossanese con la Balocco e i panettoni Maina e quelli rinati della Galup. Ci sono i sottaceti di Ponti nel Novarese, 100 milioni di fatturato, e quelli astigiani di Saclà. Poi c’è il vino. Per capirne il successo basti dire che oggi una vigna nella zona del Barolo arriva a costare 2 milioni l’ettaro. Perché come racconta Bruno Ceretto, uno dei patriarchi langaroli, proprietario di un marchio da quasi un milione di bottiglie, tutte di qualità “sono arrivati in Langa tre o quattro fondi americani a comprare terre. E i prezzi si inno impennati. D’altronde da vent’anni abbiamo una vendemmia meglio dell’altra, tutti si sono messi a lavorare seriamente e oggi è difficile trovare un bicchiere di vino cattivo”. L’export va a alla grande in Usa, ma anche in Germania, Nord Europa, Giappone, “e in Russia abbiamo perso meno di quanto ci aspettassimo”. E il Barolo trascina sui mercati gli altri vini piemontesi. Non le dolci bollicine del Moscato e dell’Asti Spumante: se ne producono 100 milioni di bottiglie l’anno, ma è sempre più difficile venderle. Una piccola crepa in un quadro entusiasmante. Ma a sorpresa, a lanciare l’allarme è Giorgio Ferrero assessore regionale all’agricoltura “Questo è un settore trainante dell’economia piemontese, tutto è in crescita. Vedo però un rischio: bisogna stare attenti a scollegare l’agroindustra dal territorio. Bisogna imparare proprio dal vino, in cui l’80 per cento della produzione in Piemonte è Doc e quindi legato al luogo in cui è prodotto. Perché se per produrre i formaggi tipici usiamo latte bavarese un giorno i tedeschi quel “gorgonzola” se lo faranno da soli. Se invece usiamo latte di mucche piemontesi creiamo una tipicità inimitabile, un legame indissolubile con il Piemonte. Un marchio per quanto famoso, non basta a tenere una produzione sul territorio. Se qualcuno lo acquista può delocalizzarlo dove vuole. Ma se un russo si compra un cantina a Barolo, il Barolo dovrà continuare a farlo qui”. Conclude: “Anche la grande industria deve capire che il legame con il territorio, le dop il rispetto di disciplinari di produzione, non sono incombenze fastidiose, ma un fattore di competitività fondamentale”.

Copyright © 2000/2018


Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit


Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2018

Altri articoli