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Repubblica / Affari & Finanza

Etichette e prezzi le bottiglie italiane alla sfida di Trump … Il costo non parte solo dalle uve, che variano a seconda dei territori e del clima: medaglie e giudizi dei magazine fanno salire le quotazioni, le mode pure. Inoltre, spesso, le ottime annate sono sopravvalutate... Qualche tempo fa il ministro alle Politiche agricole, Maurizio Martina, commentando il successo dell’export divino italiano aveva espresso un concetto: “Vinciamo sulla quantità, ora dobbiamo far leva sulla qualità, dobbiamo far salire i prezzi”. Come un sasso gettato nello stagno, il tema è diventato oggetto di dibattiti accesi. Ora, con le minacce del presidente Donald Trump di imporre nuovi dazi sulle importazioni, l’industria del vino si interroga ancora di più sul delicato equilibrio che regola il prezzo di ciascuna bottiglia. Gli Usa sono ancora il primo mercato al mondo per vendite di vini. E l’Italia è il primo paese nelle importazioni di vino Oltreoceano, in valore. In quantità è stato superato dall’Australia, ma, come segnalano le rilevazioni di Iwfi, Italian wine & food Institute, questo trend di crescita degli acquisti di livello di prezzo più alto, è un buon segnale. “Un po’ di psicosi si è generata dopo la presa di posizione di Trump sulla Vespa, ma non credo ci sia una viscerale avversità al prodotto vino”, racconta Sandro Boscaini, il re dell’Amarone, come lo chiamano in tutto il mondo, l’uomo che ha dato la svolta radicale al gruppo di famiglia, Masi Agricola, fino all’approdo in Borsa. Spiega Boscaini, che è anche presidente di Federvini, una delle due associazioni di categoria: “L’Italia non costituisce un concorrente strategico per l’economia americana, per tanti motivi, anche di gusto e culturali: il vino di provenienza europea - con tutto il suo carico poetico di storia, paesaggi - si vende molto sulla Costa est, mentre la costa occidentale preferisce i vini americani o del Nuovo mondo, vini basati sulla tecnologia, sulla diversità varietale”. La crescita di consumi di vino in Usa si concentra soprattutto nelle fasce di prezzo che vanno dai 9 ai 19,99 dollari, tra le fasce popolar premium e premium, ovvero tra bottiglie di un grande produttore con una decente impronta varietale e un vino di buona qualità, proveniente da un territorio vocato, con una forte tipicità: “taste the piace”, gusta il luogo, dicono gli americani. Una tendenza che premia, appunto, i vini italiani. “Vedo gli occhi dei nostri clienti nell’atto di scegliere un vino dalla carta: possono passare dai bianchi valdostani ai rossi siciliani, nella stessa sera, nello stesso locale, durante la stessa cena”, racconta Joe Bastianich, uno dei giudici di Masterchef, che ha trenta ristoranti in giro per il mondo: “La straordinaria e unica, diversità che l’enologia italiana sa trasmettere entusiasma i clienti”. Joe Bastianich è anche un produttore di vino, Made in Italy: la Bastianich Winery a Cividale del Fiume, in Friuli, la terra d’origine della sua famiglia, emigrata in Usa nel dopoguerra, e un’altra tenuta in Maremma. “Ogni anno - racconta Bastianich - acquistiamo 15 milioni di dollari di vino italiano per i nostri locali, ma continuiamo a cercare: i miei agenti passano il loro tempo in Italia a scovare nuove aziende e a conoscere i vini”. Fino a una decina d’anni fa gli americani conoscevano il Chianti e il Pinot Grigio, poi il Brunello. Il primo brand che hanno imparato ad apprezzare è stato quello di Angelo Gaja, re del Barbaresco primo a portare le nostre etichette nell’Olimpo dell’enologia mondiale. La fama del brand è il criterio base per la scelta di un vino da parte dei millennial americani, rivela un recente report di Wine Monitor di Nomisma. A differenza dei giovani italiani, che invece partono dalla tipologia. Ma il mercato si sta allargando, anche i produttori meno famosi si fanno conoscere all’estero. Così nell’ultima Top ten di Wine Spectator, è balzata al quinto posto la Cantina produttori di Barbaresco: 50 famiglie per 100 ettari di vigneti hanno sorpassato la storica cantina Antinori, che si è aggiudicata l’ottavo posto. Finire nei ranking delle riviste che fanno il bello e cattivo tempo sul mercato fa indubbiamente lievitare le quotazioni delle etichette. E anche vincere medaglie e i tanti riconoscimenti che popolano questo settore. Il professore Tony Lima, economista del vino con un Ph.D a Stanford, si è preso la briga di investigare trai vini che hanno vinto le medaglie d’oro, d’argento e di bronzo in 9 differenti competizioni di degustazione. Vincere una medaglia al concorso Orange County, in genere consente di aggiungere 2,33 dollari al prezzo di una bottiglia. Ma solo i premiati dei testing di San Francisco, secondo Lima, hanno qualche chance di rivelarsi dei superclasse. Un altro limite di questi eventi, sostiene Lima, è che non sono accessibili ai produttori di nicchia, per motivi di costo. Esclusi a priori, dunque. Il gusto, invece, è scoprire le eccellenze a prezzi accessibili. Con un chilo d’uva si fanno 600 ml di vino, meno di una bottiglia. Ma c’è uva e uva. “ Le uve della Valpolicella sono state vendute all’ultima vendemmia 2 - 2,5 euro al chilo, bastava attraversare l’Adige, entrare nel Bardolino e le stesse varietà di uva valevano 70 centesimi”, racconta Boscaini. Dentro un’etichetta finiscono i costi dello stoccaggio, dei tappi, di bottiglie ed etichette, dei macchinari, dei tempi di maturazione e affinamento per le riserve. Una filiera che si chiude con la scelta del posizionamento nella fascia giusta di prezzo. E’ il mercato che fa il prezzo, dicono tutti. Ma non è la sola dinamica domanda - offerta a incidere. Altre variabili subentrano: le mode, le tendenze, i giudizi sulle annate. “Le grandi annate sono spesso troppo sopravvalutate: per esempio, tutti vogliono il Barolo 2004, annata spettacolare, se proponiamo i1 2001 o il 2003, la gente è diffidente, eppure potrebbe bere bene risparmiando”, racconta Alberto Cristofori, partner di WineTip, società specializzata nel trading di vini d’eccellenza, italiani e francesi.

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