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Allegrini 2018

Repubblica / Affari & Finanza

Vini italiani a tutto export e anche le quotazioni sono record ... Centosette produttori selezionati per rappresentare l’eccellenza del vino italiano. Il Vinitaly di Verona accoglie gli addetti ai lavori al Palazzo della Gran Guardia, sabato 14 aprile con la presentazione della rosa di etichette scelte da Wine Spectator, la rivista di settore più famosa al mondo, con “I Finest Italian Wines: 100 Great Producers”. Dall’estremo nord all’estremo sud: da Red San Leonardo 2011, cm delle Dolomiti allo Chardonnay Contea di Sclafani Vigna San Francesco 2014 di Tasca d’Alrnerita; dal Fumin Valle d’Aosta Vigne Rovettaz 2010 di Grosjean Freres, al Salice Salentino Donna Lisa Riserva 2013 di Leone de Castris, Puglia, una griffe che sta conoscendo un grande successo in Cina. Da Venezia-Giulia Dreams 2013 di Jermann al Rosso Romangia 2004 di Dettori, in Sardegna, il vino da vigneti centenari di Cannonau. Un lungo viaggio del gusto attraverso tutta la penisola per portare sotto i riflettori la ricchezza dei territori vitivinicoli del nostro paese. Si va dai produttori più blasonati, come gli Antinori con il Bolgheri Superiore Guado al Tasso 2013, i Frescobaldi, con Ornellaia 2012, gli Allegrini, con Amarone della Valpolicella Classico 2012, i Gaja con il Barbaresco Sorì Tildìn 2013, Arnaldo Caprai con il Montefalco Sagrantino Collepiano 2011, ai brand presenti nelle classifiche internazionali ma pochi noti al di fuori della cerchia dei grandi conoscitori, come il Vino Nobile di Montepulciano Vigneto Poggio Sant’Enrico 2009 di Carpineto, Toscana, o l’Aglianico del Vulture Titolo 2013 di Elena Fucci, Basilicata. Un’operazione importante dal punto di vista delle strategie di marketing del paese. Portare più di cento etichette nell’Olimpo dei Finest Wine significa imporre all’attenzione del mondo il vasto patrimonio di vitigni e produttori, difficile da spiegare a chi è abituato a scegliere sugli scaffali di un supermercato o in enoteca le meno numerose etichette di altri paesi. Wine Spectator è quella che si dice una guida che fa mercato: con i suoi reportage e i suoi punteggi influenza gli appassionati più o meno esperti di tutti i paesi. Oggi, per la verità, i millennial sono più disincantati, seguono le via dei social per scambiarsi opinioni e pareri. Ma alberghi, ristoranti ed enoteche partono innanzitutto dalle classifiche ufficiali e sono questi i principali ambasciatori del mondo. Ecco perché accendere i riflettori su un basket di etichette ampio rispetto ai già famosi supertuscans promette di spingere ancor di più le esportazioni, che tengono alte le vendite dei vini made in Italy. Tutti gli indici del Liv-ex, indici del mercato secondario, hanno guadagnato lo scorso anno. Il Fine wine 100, il benchmark dell’industria, ha visto salire le quotazioni per 15 mesi consecutivi, battendo tutta una serie di altri indici globali. Questi indici sono dominati dai francesi, con i loro Borgogna, i Bordeaux e ora anche i Cote du Rhone. Ma nel 2017 nella top ten per prezzi si sono classificati molti italiani. Al primo posto Giacomo Conterno, con Barolo Cascina Francia 2004. Un altro Barolo Contento, Cascina Francia 2003, è salito al quarto posto. E nel rally del Liv-ex il sotto indice Italy 100 si è contraddistinto lo scorso anno per un incremento dell’11,3% contro il 7,9% degli champagne. Il sub indice Liv-ex Italy 100 comprende solo 10 etichette italiane, Masseto, che ha raggiunto diversi record negli indici più generali, Ornellaia, Sassicaia, Solaia, Tignanello, Gaja Barbaresco Gaja Sorì San Lorenzo, due Barolo dei Contento, appunto. Molti altri brand potrebbero entrare in questi indici che, per esempio, lo scorso anno hanno quotato un vino cinese, Ao Yun, prodotto in Tibet dal gigante del lusso Lvmh. La rosa dei 107 scelti da Wine Spectator si sta rivelando un importante trampolino di lancio anche per future quotazioni sul secondario, Ma intanto è un biglietto da visita importante per i mercati che hanno meno confidenza con etichette e territori produttivi, come la Cina, che pure è destinata a trainare le importazioni dall’estero. Sei miliardi di euro di esportazioni: il vino italiano si conferma un asset chiave della bilancia commerciale italiana, con vendite in forte crescita che nei prossimi cinque anni vedranno in testa la Cina, con incrementi del 38,5%, Russia a +27,5%, il Giappone a +10%. Un asset che i produttori italiani dovranno coltivare in vigna, certo, ma anche sui mercati, nel marketing e nella prateria digitale. Nei mercati storici, infatti, la crescita a medio termine è un po’ a macchia di leopardo: +1% in Gran Bretagna e +0,5% in Germania. Va meglio negli Usa, con variazioni attese attorno al 4,5% annuo e un incremento complessivo da qui al 2022 del 22%. È quanto emerge dall’outlook “Il futuro del mercato, i mercati del futuro” di Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, lo scenario che anche quest’anno anticipa l’apertura del Vinitaly di Verona, che aprirà i battenti dal 15 al 18 aprile. La fiera, sempre più internazionale, sempre più orientata verso paesi produttori emergenti ma anche paesi di sbocco sempre più importante, riscrive la geopolitica dei consumi ormai concentrata oltre i confini europei. A partire dalla Cina. Nel Dragone i nostri vini avanzano, ma costituiscono ancora uno share marginale rispetto ai competitor francesi o australiani che sono arrivati primi e, soprattutto, con forti strategie di sistema paese. Prendiamo gli accordi di libero scambio: stanno avvantaggiando notevolmente Australia e Cile, soprattutto in Cina, Giappone e Sud America, guarda caso proprio mercati a maggior potenziale di sviluppo. “Siamo ancora troppo poco organizzati e decisivi”, commenta Maurizio Danese, presidente di Veronafiere. Spiega Danese: “Il vero discriminante nel futuro sarà sempre di più il prezzo e non il volume, che non è certo illimitato. Oggi per sopperire al nanismo delle nostre imprese e per penetrare nei mercati più lontani serve un brand ombrello e una struttura qualificata in grado di accompagnare nel mondo tutto il made in Italy enologico”.

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