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Il Vignaiolo montanaro fa rinascere l’Orisi … Stefano Girelli recupera un vitigno dimenticato… Il mondo del vino è fatto anche di frammenti, di piante che resuscitano, di scoperte inaspettate. A volte con storie che sembrano minori. Ed è in questi casi che torna utile una citazione di Fernando Pessoa: “Benedetti siano gli istati, i millimetri, e le ombre delle piccole cose, ancora più umili delle cose stesse”. Cosa c’è di più umile, nel mondo vegetale, di un vitigno senza nome? La risposta arriva da un vignaiolo trentino che ha percorso per intero l’Italia imbattendosi in un vitigno innominabile. Stefano Girelli, dopo aver lavorato 40 anni nella sua provincia d’origine e nel Chianti Classico, è approdato in Sicilia nel 2001. A Vittoria, in provincia di Ragusa, ha aperto con la sorella Marina due cantine: Santa Tresa e Cortese (Frappato, Nero d’Avola, Cerasuolo, Carricante, Catarratto e Nerello Mascalese). “All’inizio abbiamo sistemato i vigneti trovando alcune piante insolite”, racconta. “Ci siamo imbattuti nell’Orisi, frutto di un’impollinazione naturale tra Sangiovese e MOntonico Bianco. Ci vorrà tempo perché venga riconosciuto ufficialmente”. Per ora sull’etichetta compare il nome “O” di Santa Tresa, classificato come Rosso Terre Siciliane Igp. Solo 2.000 bottiglie, raccolta manuale dei grappoli e un anno sulle bucce. Un buon equilibrio tra acidità e tannini, con una spinta fresca e sapida. Orisi è uno dei vitigni reliquia siciliani, progetto sperimentale della Sicilia nel vivaio Paulsen a Marsala. “Orisi ha trovato la sua casa in un piccolo fazzoletto della nostra tenuta”, spiega Girelli, “dove abbiamo piantato 1.523 ceppi”.

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