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Style / Corriere Della Sera

Giro di vite ... Una mania che si diffonde. Dagli scrittori agli industriali, agli impiegati. Comprare e conservare vini. E un buon affare? Qualcuno ha guadagnato una fortuna. Ci insegnano come fare e come evitare le bufale ... Appassionati, esperti, esibizionisti. I meno simpatici sono quelli del terzo tipo, che si eccitano nell’elencare le grandi etichette, come trofei di caccia. Migliaia di euro spesi più per vanità che per piacere. Tipi da romanzo come l’improbabile avvocato cali- forniano, derubato delle sue bottiglie rigorosamente Chèteaux che, alla ricerca del vino perduto, spedisce un detective nel Sud della Francia (Il collezionista di Marsiglia di Peter Mayle, Garzanti). Alla larga. Meglio le storie reali degli intenditori che hanno cuore, naso, palato. Consapevoli che il vino è un prodotto, pur eccezionale, che si consuma. E si degusta. “Fino all’età di 40 anni, a parte qualche goccia di champagne, non ho mai bevuto alcolici” confessa Guido Borghi. Il quale, da ragazzo, sentendo dire da suo padre Giovanni (il re dei frigoriferi con la Ignis) agli ospiti “ci beviamo un buon Grignolino”, scambiò il vinello piemontese per il migliore del mondo. Per poi scoprire che il genitore, assieme agli amici più stretti, stappava Corton Charlemagne Bonneau du Martray. Un vino che, oggi, è nella sua cantina in compagnia di alcune casse di Romanée Conti comprate a prezzo d’affare (80 mila euro) e di altre etichette grandiose. Fatto sta che l’imprenditore Borghi jr, compiendo un singolare percorso (“l’iniziazione avvenne durante una vacanza a Parigi con l’amico Christian Lefebre, che mi istruiva favoleggiando sul Petrus”), nel tempo è diventato collezionista. “Raccolgo bottiglie per bene” smitizza l’armatore di Moby Vincenzo Onorato. “Bordolesi e toscani, rossi, custoditi nella cantina all’Elba. La mia cultura vitivinicola risale a 30 anni e qualche moglie fa... Appassionata sommelier, la donna di allora mi convertì al gusto consapevole del vino”. Mentre lo scrittore Jay McInerney, famoso per Le mille luci di New York (Bompiani), oggi anche wine columnist del Wall Street Journal, ammette che tutto cominciò dalla letteratura: “Leggendo Ernest Hemingway e Ritorno a Brideshaed di Evelyn Waugh”. Luigi Gubitosi, direttore generale della Rai (“mi sono evoluto nel tempo, studiando”), nella sua casa romana ha creato uno spazio ad hoc, climatizzato, dove ha messo qualche centinaio di bottiglie e ben 200 libri sull’argomento. Oltre a un tavolo e un sofà, “per conversare e degustare con gli amici”. Sottolinea: “La maggiore soddisfazione è scoprire bottiglie fantastiche, ma sconosciute. Troppo facile esibire i grandi marchi”. Che pure non disdegna: Romanée Conti, Chàteau Latour e Cheval Blanc. E poi i vini di Angelo Gaja, Solaia, Brunello Soldera. “Avendo lavorato in America” aggiunge, “ho avuto modo di apprezzare anche i californiani”. Che dire della cantina di Massimo Ferragamo? Una chicca. Si trova nelle segrete della tenuta di Castiglion del Bosco-Montalcino (Si). A pianta circolare, è tappezzata da 250 celle, con 1.233 bottiglie (60 per cento italiane, le altre francesi), in parte sue, altre di amici collezionisti. AI centro della “rotonda” c’è il salotto di degustazione. Temperatura controllata e tinteggiatura ricavata dal mosto per non influenzare minimamente i vini. A ciascuno il suo. La passione per il vino, forte fino al collezionismo, si declina variamente. Cominciando dalla conoscenza della materia. Cambiano le preferenze, i metodi d’acquisto (enoteche, produttori o aste), i viaggi, le scoperte personali, le modalità di conservazione e degustazione. Ma un dato è generalizzabile: i vini da collezione provengono da aree di fama universale. Bordeaux, Borgogna, Piemonte, Toscana. Con qualche rara escursione altrove. Inoltre, i fan del nettare di Bacco si dichiarano decisamente rossisti. “I bianchi sono come i preliminari” osserva Mclnerney, “li amo a inizio pasto, ma ultimamente mi sto spostando sui rossi anche lì”. Il romanziere ha due cantine nel seminterrato della sua casa a Bridgehampton, New York: dentro, sette mila bottiglie. Un signor collezionista, insomma. Che, “pur controvoglia”, ammette che i vini transalpini vincono sui nostri: “Per tanto tempo avete considerato il vino un “nutrimento”, non un’arte”. A giudicare dalle scelte, i collezionisti italiani sono sulla stessa linea. Emanuele Carminati Molina, presidente della holding Carfin 92 e di Valextra, racconta di aver cominciato a capire il vino “poco più che 20enne, con la prima verticale di Petrus”. Ora lo dice chiaro e tondo: “Mi piacerebbe sostenere che preferisco i vini italiani. Non è così. Li apprezzo, ma critico il marketing di certi produttori che imitano i francesi alzando il prezzo. Cattiva abitudine, per dare un’impressione di qualità”. Anche se poi, certo, “anche noi abbiamo i fuoriclasse”. Del resto, nelle cantine importanti del Belpaese le etichette di bandiera occupano un posto di primo piano. Trionfano i barbareschi di Gaja. E i super Tuscan: Sassicaia, Masseto, Ornellaia, Solaia, Tignanello. Infine, alcune etichette di Brunello di Montalcino.
Le sorprese, però, non mancano. Prendiamo Mario Peserico, a.d. di Eberhard. Appassionato di vini fin da piccolo (“mio padre mi portava in giro per ristoranti e-cantine”), rivela di avere parecchie bottiglie di whisky, tra le due mila stivate. “Ho una collezione di 65 Ardbeg degli anni Cinquanta e Sessanta, fra cui una Lord of the Isles”. Tra i vini spiccano una magnum di Chàteau d’Yquem del 1969, una collezione di Lafite Rothschild. Più altri, acquistati “quando nessuno li conosceva”: Montevetrano, Bue Apis, Kurni, Terlaner degli anni Ottanta, lo spagnolo Vega- Sicilia. “Ho una particolare predilezione per i bianchi austriaci, gli champagne dei piccoli produttori, i biologici carsici” spiega, “durante un viaggio in Canada mi sono lasciato incantare dall’ice wine. È un bianco dolce, prodotto vicino alle cascate del Niagara”. Mario Moreschi, responsabile delle operazioni di Moreschi, azienda calzaturiera gestita con il padre e due fratelli, dispone di una cantina anni Cinquanta con mattoni a vista. Si definisce “curioso e appassionato sia nel ricercare, sia nel collezionare”. Afferma, però, che il valore economico non gli interessa: “Il vino buono non si misura dall’etichetta, ma dal palato. Bisogna farsi sorprendere. Non credo che spenderò mai 2.500 euro per un Petrus”. Il tema ci porta nel business del vino. “I cinesi l’hanno pompato parecchio” nota Moreschi, “si dice che, in Cina, la richiesta di Chteau Lafite sia talmente alta da aver favorito un fiorente mercato del falso. Intanto, i prezzi sono lievitati in modo assurdo”.
Collezionista per caso, almeno all’origine, è Alberto Tomba, già supercampione di sci, rimasto nell’area sportiva con incarichi manageriali. “Sono circa 30 anni che raccolgo vini” racconta. “Dopo le gare, ovunque mi trovassi, mi piaceva andare per cantine. Tra acquisti e omaggi di produttori, posso contare su qualche migliaio di bottiglie. Che tengo in una grotta naturale sotto casa, adattata a cantina”. Tomba, sommelier ad honorem dell’Ais, spazia tra i vini di tutto il mondo: Francia, Italia, Spagna, Stati Uniti, Australia. Etichette biasonate e non solo. Da uno capitato per caso nel mondo dei vini, a un altro che ne ha fatto una religione, o quasi: “Nella mia cantina c’è un tabernacolo dove custodisco un Sassicaia del 1968, il primo messo in vendita” racconta, “per me è un gioco, ma un frate mi definì “l’oste blasfemo” della Val Badia”. Si tratta di Michil Costa, proprietario dell’hotel La Perla a Corvara (Bz). Qui custodisce 27 mila bottiglie, e spiega: “Il nostro approccio è multimediale, la musica accompagna fra bianchi e rossi. Proponiamo degustazioni “lievi”, un percorso di avvicinamento: negli ultimi anni, il pubblico del vino si è allargato”.

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