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Lo champagne non è un avversario né un modello da imitare. Parola di Silvano Brescianini, presidente del consorzio di tutela. Che punta a lasciarsi alle spalle un anno difficile: “non dobbiamo essere presenti in tutti i ristoranti del mondo…ci bastano i migliori” …Già secoli fa le famiglie nobili lombarde bevevano i vini frizzanti, o “mordaci” come si legge nei libri dell’epoca, della Franciacorta. Oggi nei ristoranti di Manhattan e Tokyo, Vancouver e Seoul si beve il Franciacorta. Ma sarebbe un errore concludere che il successo delle bollicine prodotte in questa zona collinare a Sud del Lago d’Iseo (17,6 milioni di bottiglie vendute nel 2019) sia stato qualcosa di scontato. “Ci poniamo obiettivi ambiziosi e poi, una volta che li abbiamo raggiunti, dal giorno dopo cominciamo a lavorare ai successivi» spiega il presidente del Consorzio del Franciacorta Silvano Brescianini. “È questa grande determinazione a fare meglio che ha portato alcune cantine del territorio a essere fra le migliori al mondo”. La parola Franciacorta oggi corrisponde a un territorio, un vino e un metodo di produzione specifici. Non è sempre stato così. La storia che ha portato il Franciacorta a diventare un’eccellenza italiana comincia negli anni Sessanta con le prime bottiglie, il disciplinare e la Denominazione di origine controllata. Altri passaggi fondamentali: la fondazione del Consorzio nel 1990 e, cinque anni dopo, l’ottenimento della Docg. Da quel momento in poi i produttori non possono più utilizzare il termine spumante: “Una definizione troppo generica” spiega Brescianini, che l’evoluzione del Franciacorta l’ha vissuta in prima persona. “Sono cresciuto a Erbusco dove mio nonno, e il nonno di mio nonno, producevano vino. Mi ricordo ancora quando si faceva la vendemmia trasportando le uve in cantina sul carro trainato dai buoi. Per 15 anni ho lavorato nella ristorazione e ho avuto la fortuna di fare esperienza in ristoranti di altissimo livello come il San Domenico a New York, all’epoca il miglior italiano degli Stati Uniti. Ho cominciato a produrre vino quasi per caso e l’ho fatto con un approccio da consumatore, mettendo subito in discussione l’uso di diserbanti e pesticidi. La formazione da ristoratore mi servita molto perchè i paradigmi sono gli stessi: qualità della materia prima e grande attenzione all’igiene». E italianità verrebbe da dire. Un aspetto che la nostra cucina ha riscoperto nell’ultimo decennio (“prima era praticamente impossibile trovare un piatto di spaghetti da uno stellato italiano”) e che per il Franciacorta rimane un caposaldo. Secondo Brescianini “i confronti con lo champagne non hanno senso: stiamo parlando di un’area dieci volte più grande della nostra, che produce 20 volte più di noi. Il metodo di produzione è lo stesso ma le uve, il territorio e il clima no, quindi è inevitabile che il nostro sia un prodotto diverso. Non siamo in competizione con lo champagne come non lo siamo con il Prosecco. Dico sempre che il vino è come la lettura: si comincia dal “facile” e poi si sale di livello”. Così come negli ultimi anni è salito di livello il Franciacorta. Il mercato principale (88,7 per cento delle vendite) rimane quello italiano, ma dal 1995 l’export è passato da poco più di 100 mila a quasi due milioni di bottiglie l’anno. Una progressione continua che si è dovuta arrestare a causa della pandemia da Covid-19. “Stavamo crescendo in doppia cifra ma da marzo a maggio il mercato si è fermato” dice il presidente del Consorzio. “Ora stiamo recuperando e credo che chiuderemo l’anno intorno al -20/25 per cento. L’obiettivo comunque rimane sempre lo stesso: non vogliamo avere una bottiglia di Franciacorta in tutti i ristoranti del mondo... Ci basta averla nei migliori”.

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