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Biodiversità, i vignaioli come custodi del territorio…L’abuso della chimica ha provocato malattie, calo della fertilità del suolo e standardizzazione dei vini. L’unica via d’uscita è il ritorno alla natura…Sovescio, inerbimento e droni. Fare vino, oggi, significa mettere insieme passato e futuro, le tradizioni tramandate dai contadini e le tecnologie pin avveniristiche. È l’unico modo per proteggere la biodiversità e non si tratta di una scelta, ma di un obbligo: “Per chi vuole realizzare un prodotto di qualità la strada della chimica non è pin percorribile” dice il vicepresidente del Consorzio del Franciacorta Francesco Franzini. Il termine biodiversità si riferisce alla coesistenza in uno stesso ambiente di diverse specie vegetali e animali, che attraverso le loro relazioni reciproche creano un equilibrio. Sia l’Unione Europea, sia la Fao hanno messo la sua tutela in cima alle priorità. Mentre nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite si legge che occorre “mobilitare e incrementare in maniera significativa le risorse economiche da ogni fonte per preservare e usare in maniera sostenibile la biodiversità”. In ambito agricolo, e vinicolo in particolare, i decenni successivi al secondo Dopoguerra hanno assistito alla progressiva erosione della varietà a vantaggio delle monoculture, più semplici da gestire e più redditizie. Una scelta decisamente poco lungimirante perché, come spiega il coordinatore della Slow Wine Coalition di Slow Food Giancarlo Gariglio, “la monocultura ha creato paesaggi bellissimi ma anche impoverimento. Sacrificare la biodiversità comporta tanti rischi. Eliminando boschi, aree umide e pendii scompaiono gli uccelli, flora e insetti: il risultato sono vigneti molto fragili”. Aggiunge Franzini: “Coltivare un’unica specie non è naturale, così come è una forzatura inserire 12 filari in un ettaro. L’insistenza sulla chimica, poi, ha comportato conseguenze a livello qualitativo. Le controindicazioni si sono rivelate nel corso del tempo: malattie, calo della fertilità del suolo e standardizzazione del vino. Si era arrivati al punto che, per risolvere un problema in vigna, bisognava usare ii lanciafiamme...”. Che fare allora? Tornare indietro non si può: in un territorio come le Langhe, dove un ettaro arriva a costare oltre due milioni di euro, è impensabile sostituire i vigneti esistenti con i boschi. Quello che si può e si deve fare è tutelare la biodiversità esistente e lavorare in maniera diversa, anche recuperando pratiche tradizionali per lungo tempo abbandonate. Come il sovescio, l’interramento di specie erbacee che migliora la fertilità e aumenta la resistenza del suolo alla siccità; o l’inerbimento, che consiste nel seminare fiori e leguminose tra i filari. Spiega Franzini: “Biodiversità significa non disboscare la collina, non togliere le siepi, non tagliare l’erba come se si trattasse di un campo da golf. Sia all’interno del vigneto sia nelle pertinenze. Anche la tecnologia è molto utile: se prima si concimava dappertutto, oggi utilizziamo i droni per capire dove serve dare il concime e dove no. È un approccio molto diverso da quello chimico che tratta tutto nello stesso modo”. La Franciacorta copre un’area di 2.615 ettari distribuiti sulle colline affacciate sul Lago d’Iseo. Dal 2014 il Consorzio ha avviato con le università di Milano e Brescia uno studio sulla biodiversità dei suoli che ha mostrato come nei vigneti a conduzione biologica, che qui rappresentano oltre due terzi sul totale delle superfici vitate, la popolazione degli insetti “buoni” cresce sensibilmente: “Occorre lavorare sulla biodiversità a prescindere dai riscontri economici e qualitativi immediati, la strada è quella” dice Franzini. Una ricetta unica però non esiste, perché ogni territorio è diverso dagli altri. “L’Italia possiede una varietà incredibile e il paesaggio della Sicilia non ha niente a che vedere con quello della Valpolicella, i problemi del Piemonte non sono gli stessi della Toscana” dice Gariglio. Proprio in Toscana c’è una delle realtà che prima di altre ha capito l’importanza di salvaguardare il territorio: il Chianti Classico, 70 mila ettari di vigneti per i1 50 per cento a coltivazione biologica. “L’epicentro della rivoluzione è stata Panzano” racconta Luca Orsini, vicepresidente del Biodistretto del Chianti. “Siamo riusciti a trasformare un problema, la flavescenza dorata, una malattia che ha devastato migliaia di ettari di vigneto, in un’occasione. La regione aveva imposto dei trattamenti a base di insetticidi ma grazie al supporto dell’agronomo Ruggero Mazzilli siamo riusciti a sostituire gli insetticidi con composti naturali e monitoraggi periodici”. Il territorio del Chianti, dove i vigneti sono circondati da boschi e uliveti, e avvantaggiato dal punto di vista della biodiversità. Eppure, le condizioni favorevoli non hanno rappresentato un alibi per i produttori. “Promuoviamo coltivazioni alternative, avicoltura, piccoli allevamenti, piantumazione di specie mielifere. Il bio, di per sé, non le obbliga a tenere i vigneti inerbiti, ma è utile per preservare dall’erosione dei suoli e aumentare la loro fertilità. Diversamente dal passato, oggi ci sentiamo dei “custodi” della terra: il problema di ciò che lasciamo ai nostri figli ce lo poniamo continuamente” prosegue Orsini. Ad accomunare realtà anche molto diverse fra loro c’è il cambio di prospettiva. Se con il biologico si presta attenzione a ciò che finisce nel bicchiere, lavorare sulla biodiversità significa spostare lo sguardo sul territorio. “Fino a 15 anni fa tanti produttori facevano vedere la cantina, assaggiare i vini e basta” conclude Francesco Franzini: “Oggi le visite partono dal vigneto”.

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