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Ventiquattro / Il Sole 24 Ore

Lunga vita al Monfortino ... Ricordo una domanda rivolta, qualche anno fa, a una decina di famosi ristoratori, me compreso: “Quali sono i dieci vini che un appassionato deve bere almeno una volta nella vita?”. Si trattava di un test dal quale dovevano emergere le migliori cento etichette del mondo, secondo la competenza di chi propone importanti bottiglie tutti i giorni. Il più gettonato è stato il Monfortino di Giacomo Conterno, che ha superato di una lunghezza gli otto successivi a pari merito, tra i quali abbondano i francesi. Nessuno di noi ha contenuto la scelta nella decina richiesta perché il “mondo-vino” d’eccellenza non può essere così circoscritto.

Voglio però soffermarmi sul vino vincitore, cioè il Monfortino: è un Barolo che viene prodotto solo nelle annate favorevoli e che da circa settant’anni è il portabandiera riconosciuto di questa tipologia. Ne ho conferma da colleghi europei, d’oltreoceano e soprattutto da quelli del Sol Levante. La sua longevità è il punto di forza che ne accresce il fascino: degustare le vendemmie con quindici o vent’anni di maturità diventa un’esperienza da raccontare. Seducente l’approccio olfattivo: fa emergere un’ampiezza di profumi che spaziano dalla cannella alle bacche rosse (more e mirtilli) con lievi nuances di menta; eccezionale la percezione gustativa, dove l’equilibrio risulta perfetto per pienezza, morbidezza e persistenza aromatica. Il merito di questo rendimento va attribuito all’età delle vigne e all’immutata pratica di vinificazione da tre generazioni, che prevede quasi sette anni di permanenza in botti grandi. All’Enoteca lo abbino con soddisfazione ai doppi ravioli di burraia e faraona al sugo d’arrosto, alla fonduta di pecorino di fossa e tartufo d’Alba e anche al maialino di cinta senese alle spezie, con il suo rognoncino trifolato con scalogno al cartoccio.

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