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ANALISI

Così il cambiamento climatico rivoluzionerà la geografia del vino, tra vecchi e nuovi territori

Dalla Slow Wine Fair 2023, il futuro della viticoltura, che cerca risposte in vigna ed in cantina e si sposta verso nuove regioni

Il cambiamento climatico è un dato di realtà difficilmente contestabile, supportato da una mastodontica mole di studi scientifici, che concordano e convergono tutti su una previsione, nefasta ma ormai inevitabile: l’aumento delle temperature medie, a livello globale, di due gradi entro il 2050. Un’enormità, destinata a sconvolgere l’agricoltura e quindi la viticoltura, con conseguenze potenzialmente devastanti per la civiltà intera. L’uomo, nel corso dei millenni, ha saputo però trovare sempre risposte nuove, adattandosi ai cambiamenti, e per quanto i tempi siano a dir poco stretti, la ricerca e la conoscenza sono dalla parte della viticoltura, che si trova adesso di fronte ad un bivio: trovare soluzioni e risposte per garantire un futuro ai territori più prestigiosi - dalle Langhe alla Toscana, dalla Borgogna a Bordeaux, passando per la Napa Valley - o migrare altrove, a quote e latitudini diverse. Non esiste una strada più giusta dell’altra, come hanno raccontato i vignaioli Luciano Peirone (Antropo Wines, Argentina), Federico Garzelli (Patoinos, Grecia) e Gustavo Riffo (Viña Lomas de Llahuen, Cile) dalla conferenza “Come cambia la geografia del vino: le risposte alla crisi climatica”, alla Slow Wine Fair 2023, di scena, oggi, a BolognaFiere, ma per vincere la sfida più importante la ricerca al servizio di una viticoltura buona, pulita e giusta diventa basilare.

Federico Garzelli ha lasciato Torino per andare a produrre vino in Grecia, in una piccola isola nel Sud Egeo, Patmos, di fronte alla Turchia, dove “gli effetti del cambiamento climatico sono tangibili: la viticoltura è stata abbandonata da tempo, così come l’agricoltura in generale, sia a causa delle difficoltà legate al riscaldamento globale, che per il boom del turismo che ha spinto molti ad investire in hotel e affittacamere, piuttosto che nella terra. Così, tanti terreni fertili sono stati abbandonati”. Garzelli offre quindi un quadro specifico sul futuro del vino. “Da qui al 2050 è previsto un aumento delle temperature medie globali di 2 gradi, che porterà a maturazioni delle uve anticipate di quattro settimane, ma ciò che preoccupa maggiormente è la variabilità delle precipitazioni, previste in una forbice del -40/+40%, e di cui stiamo già avendo un assaggio, con alluvioni che devastano i nostri territori, come altri eventi estremi, ad esempio gli incendi”.

“Di anno in anno, il germogliamento, la fioritura e quindi la vendemmia anticipano il proprio ciclo sempre di più, ma vendemmiare ad inizio agosto vuol dire perdita di acidità e maturazioni sbilanciate, oltre a condizioni di lavoro talvolta estreme, ed avremo quindi vini con Ph, zuccheri e alcol molto elevati, sentori verdi, aromi diversi”, continua il vignaiolo torinese. Che sottolinea, quindi, un’altra conseguenza pressoché inevitabile legata al global warming, ossia che “la vocazionalità dei territori cambierà: il 56% della viticoltura potrebbe spostarsi dalle regioni più calde al Nord America e al Nord Europa. Da qui al 2050 le temperature di certe regioni registreranno un aumento delle temperature di 2-3 gradi, trovandosi così ad affrontare una vera e propria incompatibilità con le varietà attualmente allevate. Emerge così la necessità di una profonda riflessione sulle denominazioni e una revisione dei disciplinari, come si sta facendo a Bordeaux, per ammettere nuove varietà, resistenti ai cambiamenti climatici. In Napa Valley il rischio è di vedere scomparire la viticoltura, mentre in altre zone si assiste ad altri aspetti interessanti, come lo spostamento verso le regioni di montagna, così come il recupero di varietà capaci di maturare tardivamente, o i Piwi”.

“Il cambio della geografia del vino va preso sul serio, perché spostando una coltura in un ambiente in cui non c’è mai stata il pericolo è quello di fare danni enormi: pensiamo alla Xylella, diffusasi a causa di una pianta tropicale negli olivi del Salento, devastando un intero settore. L’adattamento ai cambiamenti climatici, però, non passa solamente per lo spostamento geografico della viticoltura, ma anche per un approccio diverso, che cambi le nostre abitudini, in vigna e in cantina. A lungo termine si deve lavorare su portainnesti diversi, esposizioni, distanza dei nuovi impianti, mentre a breve termine è importantissima la gestione del suolo, con attività agronomiche (come l’inerbimento) che possono migliorare la capacità della pianta di sopravvivere agli eventi estremi. In cantina, arrivando uve sbilanciate, pur senza l’aiuto della chimica, si può intervenire cambiando stile produttivo. Ad esempio, nel nostro caso abbiamo deciso di puntare su vini più freschi, macerazione carbonica, raccogliendo le uve un po’ prima”, ha concluso Federico Garzelli.

Un esempio di come la geografia della vite e della viticoltura, in realtà, stiano già cambiando, arriva dalla storia di Luciano Peirone, che guida, insieme a Sebastian Escalante, la Antropo Wines, progetto nato a Jujuy, la Regione più settentrionale dell’Argentina, a quote altissime, che superano abbondantemente, nella zona di Quebrada de Humahuaca, i 2.000 metri. Merito, se così si può dire, proprio di quel riscaldamento globale che, per la maggior parte dei territori storici del vino, rende la viticoltura una sfida quotidiana. Qui, invece, gli ettari, tra il 2016 ed il 2022, sono passati da 2 a 91, e la produzione da 126 a 1.000 ettolitri. Ci sono, come ricorda Luciano Peirone, “degli aspetti positivi nel fare vino in un territorio nuovo, come la possibilità di innovare e creare nuovi prodotti, catalizzando l’attenzione del pubblico, ma anche, trattandosi di un piccolo territorio, avere un controllo maggiore sulle tecniche colturali e produttive. D’altro canto, ci sono difficoltà oggettive, come il dover fare i conti con l’assenza di una vera e propria industria del vino e di un quadro normativo preciso, oltre alla mancanza di una radicata cultura enoica”, conclude il giovane produttore argentino.

Sul tema WineNews ha raccolto un ulteriore punto di vista, quello di Adriano Zago, una laurea in Agraria all’Università di Padova e una specializzazione in Viticoltura ed enologia a Montpellier, e da vent’anni consulente agronomico ed enologico di tante griffe del vino in Italia e nel mondo. “Il cambiamento climatico non riguarda la viticoltura, ma l’agricoltura nel suo complesso e, più in generale, la sopravvivenza dell’umanità”, ha detto Zago. “Bisogna capire da che parte vuole stare l’uomo, e quindi se vuole che il suolo e le piante siano suoi alleati o se invece voglia combatterci ogni giorno. Nella gestione di un vigneto e di un’azienda bisogna trovare i fattori salutari (“salutogenesi”), a tutti i livelli, compreso quello sociale ed umano. Per quanto riguarda la gestione del suolo, vuol dire usare tutte quelle tecniche, che appartengono a tante agricolture – biodinamica, biologica, agroecologica – per farlo funzionare, avere sostanza organica, avere la capacità di trattenere l’acqua in eccesso e gestirne la mancanza, poter interagire nella gestione dei suoli stessi e delle piante in modo innovativo - e non più tradizionale - quando la tradizione diventa un peso nella gestione degli eccessi del clima, che facciamo anche fatica a comprendere appieno, perché sono degli eccessi quantitativi e temporali di elementi diversi”, come raccontano i lunghi periodi di siccità interrotti da temporali tropicali, le estati sempre più lunghe ed i picchi di freddo polare dell’inverno”, spiega l’agronomo ed enologo.

Non siamo fatti di soluzioni singole, è tutto interconnesso, ma la biodinamica funziona, ben sapendo che c’è bisogno del supporto dell’agronomia, della scienza, dell’economia, della finanza, delle nanotecnologie”, dice ancora Adriano Zago. “Si tratta di far funzionare meglio ogni aspetto del lavoro aziendale, mettendo mano in ciò che non funziona, e se c’è qualcosa che dieci anni fa era innovativo e oggi non funziona più, vuol dire che è diventato vecchio. La tradizione è la migliore innovazione, quella che ha resistito nel tempo, ma è anche un modo di pensare: se il vecchio modo di fare non porta risultati, ci vuole il coraggio di abbandonarlo, affrontando modi nuovi di far crescere l’azienda, in cui sarà normale includere anche metodi agronomici biologici e biodinamici. Siamo in un momento in cui, con i cambiamenti climatici, ciò che serve di più, dal punto di vista sociale, è la condivisione. Non ci sono soluzioni sul tavolo, dobbiamo mettere in circolo ogni piccola intuizione e risultato in maniera rapida e trasparente, così da individuare e costruire percorsi concreti”.

Per Zago, però, “è impossibile dire come sarà la geografia del vino tra 50 anni, ma sarà sicuramente diversa da quella che conosciamo oggi. Tentare di preservare lo stato attuale è tempo perso, ed è indicativo il fatto che nei miei ultimi master di formazione abbia avuto tra i partecipanti aziende che producono vino in Belgio, Olanda e Inghilterra, partite da zero, senza cultura o conoscenze pregresse. Come per ogni cosa, è un nuovo inizio che nasce dalla fine di qualcosa. I prossimi 50 anni lasceranno una viticoltura profondamente diversa da quella che conosciamo, ma è precoce capire da che parte andrà. Nel frattempo, bisogna fare ciò che ci dettano il buonsenso, la scienza, l’intuizione e la libertà d’azione. È fisiologico difendere territori che hanno fatto la storia del vino per secoli, ma solo l’osservazione della realtà ci dirà quanto di tutto quello che stiamo ipotizzando sarà futuribile”, conclude l’enologo e agronomo.

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