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LA RIFLESSIONE

Il “rinascimento” del vino italiano ha fatto nascere grandi vini, ma anche l’accoglienza in cantina

Luciano Ferraro (“Corriere della Sera”): “ci sono aziende che hanno intrapreso per prime questa strada, a partire da vini che hanno fatto la storia”

Ciò che emoziona del vino, sono la sua produzione, frutto di una filosofia produttiva, di un territorio e di una cultura, ed il racconto di questo legame, che si intreccia con la storia, con la natura e la vita delle comunità. Insieme, questi aspetti, “danno origine” all’enoturismo, tra i fenomeni più rilevanti e di successo a livello internazionale degli ultimi 40 anni del nostro Paese, perché il turismo del vino non solo è, ormai, un pilastro strategico per la crescita delle aziende vitivinicole italiane, ma, muovendo 15 milioni di enoturisti e generando 3 miliardi di euro di valore, ha un indotto per l’Italia molto maggiore in termini economici, di occupazione e di turismo, ma anche sociali, sia per le ricadute che ha nello sviluppo dei territori e delle loro comunità, sia perché grazie alle esperienze che offre, riporta il vino alla sua dimensione più autentica: quella di compagno fedele della cucina italiana, oggi Patrimonio Unesco, con la quale sono motore di convivialità, e “medium” per raccontare al mondo la bellezza del Belpaese.
“Ci sono aziende che hanno intrapreso per prime questa strada con formule diverse. In qualche caso, si tratta di produttrici di vini che hanno fatto la storia del “rinascimento” del vino italiano”, ma anche dell’arte dell’accoglienza in cantina che rende unica l’Italia, ha detto Luciano Ferraro, vice direttore “Corriere della Sera”, e autore con il celebre critico James Suckling de “I migliori 100 vini e vignaioli d’Italia”, raccontando nel calice le “Cantine top e i vini dell’enoturismo” (in una masterclass andata in scena a Vinitaly 2026, a Verona), tra i pochi segmenti che segnano una crescita in un momento in cui il settore del vino è scosso da molteplici fattori di crisi. Aziende che si sono impegnate per portare innovazione in questo campo, passando dalla semplice accoglienza all’organizzazione di eventi e di momenti di approfondimento e di divertimento per gli enoturisti.
E per le quali si può coniare anche un nuovo termine, appunto, che è quello di “vini dell’enoturismo”, come il Barolo Brunate di Ceretto, raccontato dentro e fuori dal calice, con l’annata 2018, da Roberta Ceretto, presidente e responsabile comunicazione Ceretto, tra le dinastie che hanno fatto la storia delle Langhe e del Barolo, del quale è tra le Mga più prestigiose, della cucina italiana stellata e non solo (dal 5 maggio, Le Brunate a La Morra, dove si trova la “Cappella del Barolo” di Sol Lewitt e David Tremlett, diventa anche un nuovo luogo di incontro tra vino, cucina e paesaggio Patrimonio Unesco, con lo chef Simone Burlotto, ndr), ma pioniera nell’aver investito anche nell’arte contemporanea e nel richiamare grandi artisti tra i vigneti del Piemonte, che hanno fatto conoscere il territorio al mondo e portato il mondo a visitarlo. O come il Turriga di Argiolas, nel calice con l’annata 2021 e il racconto di Valentina Argiolas, direttore commerciale e marketing della cantina di famiglia che ha fatto la storia e fatto conoscere al mondo la Sardegna del vino. Una storia, come ha detto una volta, a WineNews, “inizia con la prima bottiglia del Turriga 1988”, intuizione di un vero e proprio patriarca del vino italiano, Antonio Argiolas, classe 1906, e della maestria del più grande enologo italiano, Giacomo Tachis. Ma anche come il Costasera Amarone Classico 2006, in Limited Edition Costasera Contemporary Art by Fabrizio Plessi di Masi che, guidata dal presidente Sandro Boscaini, ha contribuito come poche al successo dei vini della Valpolicella nel mondo, e che racconta in un unico sorso un vino-icona, il sostegno alla cultura con il “Premio Masi”, la spinta data all’enoturismo con Monteleone21, nuovo “hub” eno-culturale del territorio, e l’investimento nell’arte contemporanea, rappresentato da un grande artista italiano che lo ha firmato e cha ricevuto il riconoscimento per il valore e la bellezza delle opere realizzate per la cantina.
Il Trentodoc Masetto Privè 2014 di Endrizzi testimonia, invece, la storia della famiglia Endrici, rappresentata da Paolo Endrici, ceo e proprietario, e che ha a che fare con il vino dal lontano 1885 - con la cantina in stile austriaco perfettamente conservata - e che, come realtà saldamente piantata nel mondo enoico del Trentino, nel recente passato e grazie agli spumanti, ha trovato un successo non secondario, andando ad occupare stabilmente l’olimpo produttivo delle bollicine del Belpaese. Da Nord a Sud, dietro all’Etna Bianco Calderara 2024 di Cottanera, della cui ospitalità è responsabile Mariangela Cambria, la presidente Assovini Sicilia, c’è la decisa sterzata data all’innalzamento della qualità negli Anni Novanta del Novecento dalla famiglia siciliana, con un percorso di modernizzazione e di valorizzazione di quello che, oggi, è un territorio del vino italiano decisamente sulla cresta dell’onda, e nei desideri degli enoturisti del mondo, grazie proprio agli investimenti che sono stati fatti e si stanno facendo sul vulcano più attivo d’Europa e nelle sue affascinanti Contrade.
Dici Feudi di San Gregorio e dici la storia dell’Irpinia e della “Campania Felix”, racchiusa in un calice di Cutizzi Greco di Tufo Riserva Docg 2023, e nell’impegno della griffe del Gruppo Tenute Capaldo, guidata da Antonio Capaldo, nel custodirla attraverso i cosiddetti “patriarchi della vite”, e nell’evolverla con una cantina d’autore firmata dall’architetto giapponese Hikaru Mori e ricca di opere d’arte. Ma non solo, perché grazie al Gruppo Tenute Capaldo, anche il Parco Archeologico di Pompei tornerà a produrre vino come al tempo degli antichi romani. E così come i cabrei conservavano la memoria di un territorio, la Ambrogio e Giovanni Folonari ha scelto il nome di Cabreo per le sue Tenute in Chianti Classico (dove sta nascendo la nuova Cantina del Cabreo, ndr), innovando la tradizione con La Pietra 2023 Toscana Igt 40 Vendemmie, primo Supertuscan bianco, prodotto con uve Chardonnay (dal 1983, ndr), e oggi meta per eccellenza, oltre che per l’enoturismo di charme, anche per conoscere la storia del Gallo Nero e degli stessi Supertuscans.
Tornando nel cuore della Valpolicella, c’è un Valpolicella Classico Superiore 2022 che nasce nei vigneti che circondano un vero e proprio “gioiello” del Rinascimento italiano e del Gruppo di cantine di Marilisa Allegrini: Villa della Torre, a Fumane, a pochi passi da Verona, costruita con la mano di Giulio Romano in chiaro omaggio alla civiltà di Roma ed esempio unico di “domus antiqua romana”, ma considerata anche un “piccolo Palazzo Te”, luogo di incontri letterari e simposi, e oggi di vino e accoglienza made in Italy. E se Caprili è una delle tante belle realtà produttive e di accoglienza di Montalcino, guidata fin dagli Anni Sessanta del Novecento dalla famiglia Bartolommei, e dove oggi Giacomo Bartolommei, enologo e presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino, continua a svolgere il lavoro nel solco di una produzione fedele al territorio e di impostazione tendenzialmente classica, dal Brunello al Rosso di Montalcino 2024, Il Borro Igt Toscana 2022 nasce a Il Borro, la storica Tenuta dalla famiglia Ferragamo nel Valdarno, guidata da Salvatore e Vittoria Ferragamo, che fa parte della prestigiosa rete dei Relais & Châteaux, che è filosoficamente e concretamente bio dal vigneto alla tavola, passando per l’orto, e che conserva una vera e propria chicca: la “Galleria Vino & Arte”, una delle più grandi raccolte private di incisioni con soggetto il vino e le sue infinite rappresentazioni di cui Ferruccio Ferragamo, tra i più importanti imprenditori italiani, antesignano dell’unione tra moda e vino, è un grande collezionista.
Tutte “grandi eccellenze italiane - ha detto il wine consultant e sommelier Eros Teboni - che abbiamo assaggiato per sottolineare, scoprire e riscoprire i grandi classici, dando importanza alle varietà, all’ampelografia, ai terreni ed alle tradizioni del mondo vitivinicolo italiano, accanto all’invecchiamento e alla versatilità, ma anche alla storia e all’enoturismo di cui questi sono vini identitari, dimostrando proprio come la classicità e l’identità sono un must del made in Italy”.

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