“La crisi climatica che stiamo vivendo non può più essere affrontata separando la qualità del vino dalla salute dei territori e delle comunità che li abitano. Le esperienze che ci stanno raccontando i produttori presenti dimostrano che il futuro del vino passa prima di tutto dalla cura del suolo e della terra e dalla giustizia sociale”: lo ha detto Federico Varazi, vicepresidente Slow Food Italia, nel convegno dedicato a “La viticoltura è un pilastro della strategia per il futuro delle Terre Alte”, che ha chiuso i lavori della Slow Wine Fair 2026, a BolognaFiere con la direzione artistica di Slow Food, ribadendo come “la produzione di vino non è soltanto produzione agricola: è presidio del paesaggio, contrasto allo spopolamento e capacità di costruire inclusione. Quando il lavoro agricolo diventa accoglienza, integrazione e responsabilità ambientale, genera valore ben oltre la bottiglia e così il vino diventa “giusto”. È questo il messaggio che vogliamo lanciare oggi approfondendo il tema delle vitivinicoltura nelle Terre Alte: difendere territori fragili e offrire ai giovani una prospettiva concreta di futuro significa sostenere chi sceglie la biodiversità, il rispetto delle persone e dei tempi della natura. Perché oggi la vera innovazione non è correre di più, ma imparare a restare, custodire e rigenerare i nostri territori attraverso un’agricoltura contemporanea. Un’agricoltura capace di guardare e tenere insieme rispetto per l’ambiente, memoria dei saperi e legami profondi con le comunità locali”.
Quando si parla di territori fragili, l’agricoltura gioca un ruolo chiave, sia come settore vulnerabile, sia come potenziale presidio per la gestione del territorio e la mitigazione del dissesto. I vigneti hanno un ruolo cruciale nella prevenzione del dissesto idrogeologico, specialmente in aree collinari e montane, agendo come presidio territoriale attraverso la manutenzione dei terrazzamenti, la gestione del suolo e la regimazione delle acque piovane. Tecniche sostenibili, come il sovescio, la pacciamatura, il controllo dell’erosione tramite inerbimento e la manutenzione dei muretti a secco, riducono il rischio di frane e smottamenti, in un paese in cui il 94,5% dei comuni è a rischio idrogeologico e la superficie a pericolosità da frana aumentata del 15% dal 2021 (Rapporto 2024 dell’Ispra).
Tra gli interventi alla conferenza, quello di Donatella Murtas, direttrice di Itla (International Terraced Landscapes Alliance) Italia Aps: “la nostra storia rispetto al paesaggio terrazzato inizia 30 anni fa, quando comprendemmo che si trattava di un patrimonio ricchissimo, da tutelare, di cui ricostruire il significato. Dentro un paesaggio terrazzato troviamo utilità, fertilità, l’idea di un’agricoltura che non danneggia la terra. Quando ci si occupa di un paesaggio terrazzato lo si deve approcciare con una visione d’insieme. Accanto al vino coesistono tante altre varietà. La comunità è ampia, dall’Italia allo Yemen al Perù. Per i vini abbiamo creato una retroetichetta che rende il consumatore consapevole di sostenere con l’acquisto la viticoltura delle Terre Alte, che non è eroica, ma coraggiosa, oltre a varietà peculiari di questi territori, che magari erano state scartate. Le Terre Alte possono dare il proprio contributo nel ridare equilibrio al nostro pianeta”.
Heidi Bonannini, viticoltore del Presidio dello Sciacchetrà e presidente Slow Food Liguria, ha ricordato come “solo 60 anni fa le Cinque Terre avevano raggiunto il loro apice come paesaggio terrazzato: 3.500 ettari coltivati a vite, olivi, agrumi. In 60 anni il 90% di questo paesaggio è andato perso, in alcuni casi per sempre. In quei 60 anni i paesaggi terrazzati sono stati abbandonati per la città, e si è persa, insieme ai paesaggi, anche l’identità territoriale. A poco a poco abbiamo assistito alla scomparsa dei paesaggi, alla cementificazione. Al maggiore benessere del nostro territorio è corrisposta una perdita di identità. Poi c’è stata fortunatamente un’inversione di tendenza, grazie a enti e progetti che hanno rimesso al centro l’agricoltura, il paesaggio e la sua tutela, la manutenzione dei muretti e della sentieristica. Ora mi sto occupando di un vigneto di un ettaro sopra Manarola, la cui proprietà era frazionata tra 284 diversi produttori. Dobbiamo unire, fare massa critica, lavorare con le istituzioni per ottenerne la collaborazione e l’appoggio. Grazie al Parco, il recupero ha preso il via, e possiamo lavorare sulla promozione: del paesaggio, del vino, dei prodotti locali, come gli agrumi, l’olio, il miele d’erica. Il Parco ha lavorato per un recupero autentico del territorio, per favorire un turismo attento, consapevole. Ha lavorato per l’integrazione dei migranti nella comunità, formandoli all’agricoltura locale, alla viticoltura”.
Claudio Zucchino arriva da San Salvador de Jujuy, in Argentina, dove produce il suo vino a oltre 3.000 metri, un territorio estremo dove mette in pratica la sua visione. “Quando ho iniziato a coltivare l’uva, a fare il vino l’ho fatto in modo naturale, spontaneo, quasi infantile - ha raccontato - l’altitudine di 3.300 metri dona alle uve un carattere straordinario, peculiare. Il vino è in profonda relazione con il paesaggio: è prodotto in modo artigianale, biologico, naturale. Non potrebbe esserci spazio per una produzione industriale. Il vino che facciamo è mantenuto il più puro possibile, è un distillato del luogo in cui vivo. Per riuscire a sostenerci abbiamo aperto un piccolo albergo con ristorante. Le famiglie che lavorano con me sono attualmente una ventina: lavoriamo sul vino, ma anche per incentivare un turismo lento, consapevole, che sia in grado di instaurare una relazione col territorio e la comunità”.
Tra i produttori presenti nel pubblico, ha dato il suo contributo Andrea Peradotto, dell’azienda agricola Pian di Stintino, a Tredozio, in Emilia-Romagna: “vengo da una delle zone forse più disabitate d’Italia. Non arrivo da una famiglia contadina e ho iniziato a lavorare vigne che prendevo in affitto. Oggi ne ho 3 ettari coltivati a mano, in biologico. Il territorio su cui produco vino è stato martoriato nel 2023 dall’alluvione: si è sentita tantissimo la mancanza di un’opera costante di manutenzione, il peso dell’abbandono. Il mio sogno è che le persone tornino ad abitare questi territori marginali, che li vivano, che trovino modi sempre nuovi per abitare in questi luoghi”.
Stefano Barberis dell’azienda agricola Cantine Barberis, in Alta Valle Bormida, ha ricordato, infine, il lavoro fatto con il Presidio Slow Food del Paesaggio terrazzato della Val Bormida: “mi dicevano che la mia terra non aveva futuro, e per 20 anni a essa mi sono dedicato, per combattere questo pregiudizio. Oggi nel Presidio siamo 4 produttori, produciamo pochissime bottiglie. Tuteliamo il paesaggio, valorizziamo i muretti a secco, promuoviamo vitigni autoctoni e rari come il liseriet, riscoperto e recuperato da una piccola vite coltivata in vaso. Questa è la nostra idea di futuro: una strada nostra, personale, identitaria”.
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