Come raccontiamo spesso, il tema dei vini no-lo, che oggi hanno un mercato a livello mondiale da 2,4 miliardi di dollari, destinati, secondo le stime, a diventare 3,3 già nel 2028, fa discutere. Non solo perché il settore si divide tra chi non li considera vino e che, invece, vede in questi prodotti un pezzo di futuro della filiera. Ma anche perché, complessivamente, in Italia, nonostante la legge lo consenta da qualche mese, è ancora complicato, per molte realtà, dare il via ufficiale alla produzione, come ci hanno testimoniato diverse aziende che hanno investito nel settore, in questo video.
Ma in un quadro in cui molte aziende che hanno investito in impianti di dealcolazione sono ancora alle prese con le complicazioni dell’ottenimento delle diverse autorizzazioni, in Valpolicella, ad Arbizzano, c’è un impianto che ha cominciato a dealcolare in marzo, primo in Italia. La Frizero, guidata dalla ceo Roberta Mottadelli ha ottenuto l’ultima delle autorizzazioni necessarie da parte dell’Agenzia delle Dogane l’11 marzo e ha avviato immediatamente il primo ciclo produttivo, sia per produrre in Italia i suoi due omonimi spumanti Frizero bianco e rosé, sia dealcolati conto terzi.
“Abbiamo creduto nella produzione di vini dealcolati già due anni fa - racconta Roberta Mottadelli - avendo ben presente che la sfida si gioca sulla qualità. Come Frizero abbiamo, quindi, cominciato a produrre spumante dealcolato altrove, e al contempo investito un milione di euro per la costruzione di un impianto discontinuo a membrana con tecnologia italiana Juclas Vason e per le successive modifiche richieste dall’Agenzia delle Dogane. Impianto che ha piccole potenzialità produttive rispetto ad altre soluzioni tecnologiche, in cui stiamo producendo gli spumanti a nostro marchio per circa 200.000 bottiglie annue, che continueremo ad esportare in Usa, Canada, Germania e Polonia (spumanti venduti mediamente a 12-15 euro a bottiglia, con punte di 20 euro nei mercati più evoluti per la tipologia), dedicando il rimanente potenziale produttivo di 100-150.000 bottiglie a lavorazioni conto terzi rivolte ad aziende vitivinicole di medio-piccole dimensioni che desiderano affacciarsi ai dealcolati posizionati nel segmento premium (ndr la capacità dell’impianto è scalabile fino a 1,8 milioni di bottiglie annue)”. Il percorso per arrivare alla meta lo scorso marzo, seppure virtuoso e per certi aspetti fortunato, non è stato disseminato di rose e fiori. La richiesta per l’autorizzazione dell’impianto è stata inoltrata già all’inizio del 2025 all’indomani del decreto del Ministero dell’Agricoltura del 20 dicembre 2024. A questa ha fatto rapidamente seguito l’iscrizione al Ministero con attribuzione codice Icq e attivazione del registro dematerializzato come previsto da Regolamento Ue n.1308/2013. Poi tutto si è fermato in attesa della definizione della gestione fiscale dell’alcol di scarto derivante dalla dealcolazione dei vini, nodo cruciale sciolto dal decreto interministeriale dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Economia del 29 dicembre 2025. Quindi, praticamente a distanza di un anno, è iniziata una fattiva collaborazione con i funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Verona che ha condotto all’ottenimento della licenza per iniziare l’attività di dealcolazione del vino in data 11 marzo 2026.
Fin qui la cronologia delle tappe del percorso burocratico che racconta la capacità di destreggiarsi in un quadro di regole in via di definizione di Luca Bortolazzi, consulente di Frizero, ma non le difficoltà incontrate a livello tecnico. “Nel primo sopralluogo l’Agenzia delle Dogane ha visionato l’impianto - racconta Giulio Corbellani, enologo responsabile dell’impianto - e suggerito prescrizioni tecniche specifiche che lo rendessero pienamente rispondente a quanto richiesto dal decreto del Ministero dell’Economia. In tempi rapidissimi abbiamo realizzato le modifiche all’impianto, che hanno richiesto ulteriori investimenti. Constatata l’adeguatezza dell’impianto, al successivo sopralluogo, le Dogane hanno concesso l’11 marzo 2026 la licenza richiesta e l’autorizzazione definitiva. Abbiamo quindi iniziato a dealcolare e oggi siamo al quarto ciclo di produzione”. Gli impianti come quello scelto da Frizero lavorano a temperature tra i 10 e i 25 grandi centigradi, e con una membrana che lascia passare solo alcol e qualche altra piccola molecola volatile nell’acqua - mezzo di estrazione usato in quantità elevatissime - e il resto rimane nel vino. Alla fine il processo discontinuo produce vino dealcolato e una soluzione idralcolica con meno dell’1,2% di alcol, soglia al di sotto della quale non sono dovute accise, ma che comunque prevede gli obblighi connessi alla gestione dell’alcol, quali sigilli, presenza delle Dogane all’apertura dei serbatoi dei reflui, ecc. Il decreto del Ministero dell’Agricoltura e dell’Economia, ricalca le regole esistenti per le distillerie, facilmente applicabili agli impianti basati sulla tecnica a torre di distillazione, che lavorando ad alte temperature restituiscono da un lato vino dealcolato e dall’altro alcol concentrato. Questo suggerisce che le norme che hanno ispirato il decreto, a quanto pare, possano non rappresentare un criticità insormontabile per ottenere le autorizzazioni. “Abbiamo scelto di utilizzare una tecnologia rispettosa della materia prima - continua Roberta Mottadelli - partendo per le produzioni che portano il marchio Frizero dai vini prodotti dall’azienda di famiglia Marchesi Fumanelli nella nostra area. Questo, insieme ad una dealcolazione rispettosa del vino base, a fronte di costi elevati, consente di ottenere prodotti molto interessanti in termini di esperienza sensoriale e di posizionamento di prezzo”.
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