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RICERCA SCIENTIFICA

Siccità, nasce l’indicatore Ds (Drought Sensitivity) che misura la riduzione delle rese agricole

Uno studio italo-americano ha mappato le colture e gli hotspot a rischio nel pianeta, per orientare le soluzioni e gli investimenti pubblici

La siccità estrema può ridurre fino al -10,1% le rese delle colture non irrigue e sottrarre cibo equivalente al fabbisogno di 2,1 miliardi di persone: è lo scenario dello studio “Indirizzare i punti caldi globali delle perdite di produzione agricola legate alla siccità”, condotto dai ricercatori Marta Tuninetti del Politecnico di Torino e Kyle Frankel Davis dell’Università del Delaware e pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “Nature Communications”. Dagli Anni Sessanta a oggi, la produzione alimentare mondiale è triplicata, grazie soprattutto alla diffusione di poche colture ad alta resa, come riso, mais e frumento e questa crescente specializzazione ha reso molti sistemi agricoli meno diversificati e, in alcuni casi, più vulnerabili agli shock climatici. Garantire la sicurezza alimentare globale significa, quindi, non solo aumentare la produzione e ridurne gli impatti ambientali, ma anche assicurare che le colture siano in grado di resistere a fenomeni sempre più frequenti e intensi, come la siccità. Proprio in questo contesto si inserisce la ricerca, che affronta una delle principali sfide dell’agricoltura mondiale: la perdita di produzione legata alla variabilità climatica. Nonostante decenni di studi sul rapporto tra clima e agricoltura, finora mancava una valutazione capillare della sensibilità delle diverse colture alla siccità nelle specifiche aree di coltivazione. Per colmare questa lacuna, gli autori hanno sviluppato nuove metriche ad alta risoluzione spaziale in grado di misurare quanto le colture risentano di scarsità idrica e temperature elevate nei diversi contesti geografici.
In particolare, lo studio introduce un indicatore denominato Ds (Drought Sensitivity), che misura la riduzione delle rese agricole in condizioni climatiche sfavorevoli rispetto a un anno normale. La valutazione si basa su dati climatici globali raccolti tra il 1961 e il 2018, includendo precipitazioni, evapotraspirazione, caratteristiche dei suoli e statistiche agricole ad alta risoluzione. Uno dei risultati più rilevanti riguarda il diverso comportamento delle colture irrigue e non irrigue. Le prime, grazie all’apporto artificiale di acqua, nei periodi di siccità riescono a mantenere o talvolta aumentare le rese; le seconde, che dipendono esclusivamente dalle precipitazioni naturali, risultano, invece, molto più vulnerabili agli eventi estremi.
L’analisi prende in esame 17 colture che rappresentano il 75% della produzione globale e mostra come soia (15,2% di vulnerabilità alla siccità), patata (13,5%) e colza (12,6%) siano tra le più sensibili, mentre miglio (6,8%), arachide (6,2%) e igname (2,8%) mantengono una maggiore stabilità anche negli anni più secchi.
Lo studio individua, inoltre, specifiche aree del pianeta particolarmente esposte, definite hotspot di sensibilità alla siccità, dove condizioni climatiche e caratteristiche delle colture amplificano il rischio di perdite. Tra queste figurano regioni degli Stati Uniti centrali (con soia, orzo e sorgo particolarmente vulnerabili), il Brasile orientale (patata, manioca e canna da zucchero), alcune aree della Cina (in cui orzo, palma da olio e patata risultano più sensibili, mentre il riso mostra una maggiore resilienza) e il bacino del Mediterraneo, una delle zone più critiche a livello globale. In quest’area in particolare si segnalano la Spagna orientale, il Marocco e l’Algeria, con colture come colza, patata, grano e orzo tra le più esposte. L’individuazione di questi hotspot rappresenta uno strumento concreto per orientare le politiche agricole e gli investimenti pubblici: consente, infatti, a governi e organizzazioni internazionali di individuare dove gli interventi di adattamento climatico siano più urgenti ed efficaci, concentrando le risorse nelle aree con il maggiore potenziale di riduzione delle perdite.
Il quadro proposto offre anche indicazioni operative chiare: espandere l’irrigazione dove sostenibile e sostituire colture più sensibili con specie più resilienti potrebbe ridurre oltre il 60% delle perdite e aumentare le rese medie fino al 14%, contribuendo a rendere i sistemi agricoli più solidi di fronte alla crescente crisi climatica.
“Nonostante l’ampia letteratura sul rapporto tra siccità e agricoltura, fino ad oggi mancava una comprensione dettagliata di quali colture risultino più sensibili alla siccità nei diversi territori del pianeta - spiega Marta Tuninetti, ricercatrice del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture-Diati del Politecnico di Torino e prima autrice dello studio - prendiamo ad esempio le cosiddette colture monsoniche, come il mais o il miglio: il nostro studio dimostra che, combinando due strategie - l’espansione dell’irrigazione, dove sostenibile, cioè senza ulteriore abbassamento delle falde acquifere, e la sostituzione di alcune colture con specie più resistenti - sarebbe possibile ridurre di oltre il 60% le perdite produttive durante gli eventi climatici estremi e, al tempo stesso, aumentare la resa media del +14%”.
“I ricercatori e i decisori potranno utilizzare queste informazioni per testare diverse soluzioni su ampia scala e stimarne il beneficio. Si tratta di un quadro metodologico scalabile che consente di orientare in modo proattivo azioni di mitigazione e investimenti, con l’obiettivo di stabilizzare e aumentare l’offerta agricola globale e sviluppare strategie attente alle esigenze di una specifica popolazione e di un determinato luogo”, concludono gli autori dello studio.

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