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EDITORIALE

Il “secolo breve” dell’Etna enoico

A ben guardare il vino dell’Etna è antico e, allo stesso tempo, recente, uscendo dal suo cono d’ombra soltanto nell’ultima parte del “secolo breve”. È proprio sul finire degli Anni Novanta del Novecento, infatti, che cantine come Benanti o uomini come l’agronomo Salvo Foti, seppero far uscirono dall’anonimato le vicende enoiche del Vulcano. Poco dopo, la prima ondata di produttori “stranieri” come Marco De Grazia e Andrea Franchetti e la “risposta” di quelli locali come Girolamo Russo, indussero ad accendere i riflettori della critica enologica sugli unici vini italiani, che davvero possono reclamare la loro origine vulcanica. Poi il boom, ma siamo già nel Nuovo Millennio e all’oggi. Sull’Etna nascono molti nuovi nuclei produttivi “battenti bandiera” di varie regioni del Bel Paese ed a scommettere sul Vulcano ci sono anche - finalmente verrebbe da dire - tutti i grandi produttori siciliani. E il fenomeno non sembra concluso. Oggi i soci del Consorzio Etna Doc sono 164, la superficie vitata, dal 2013 al 2025, è passata da 680 a 1.400 ettari, l’uva prodotta da 37.000 a 83.000 quintali, mentre nello stesso periodo l’imbottigliato da 25.000 ettolitri è arrivato a 42.000, così come i produttori da 203 sono arrivati a 474. Sull’unicità del luogo, dalle tante peculiarità - siamo, per dire, in una delle rare denominazioni di alta quota dove continuano a vivere vigne centenarie, spesso a piede franco - ci sono pochi dubbi. Ma ce n’è una davvero rara: lo scenario enoico di questo territorio è un articolato incastro di vigneti piantati nell’ecosistema di un vulcano tra i più attivi al mondo, che, con le sue eruzioni, continua a modificare la composizione dei suoli. Una potenza creativa che affronta le sfide del futuro e che lavora sulla tutela del suo valore.

(fp)

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