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DATI E EXPORT

Cina, nel primo trimestre 2019 importazioni di vino al -20,19%. L’Italia perde il 25,7%

Amedeo Scarpa (direttore Ice Pechino): “fenomeno che travolge tutti, il mercato non consuma quanto potrebbe”
AMEDEO SCARPA, CINA, EXPORT, ICE, vino, Mondo
Cina, il primo trimestre 2019 in calo

Non si arresta il declino delle importazioni enoiche in Cina, dove, nei primi tre mesi del 2019 (gennaio-marzo), mostrano il segno meno sia i volumi, a quota 156 milioni di litri, il -22,3% sullo stesso periodo del 2018 (200 milioni di litri), che i valori, crollati a 782 milioni di dollari, contro i 980 milioni di dollari del primo trimestre 2018 (-20,19%), come raccontano i dati di China Customs, l’agenzia governativa cinese che raccoglie ed analizza i dati del commercio tra il Dragone ed il resto del mondo, elaborati dall’Ice - Istituto Commercio Estero di Pechino guidata da Amedeo Scarpa. Una dinamica che conferma le difficoltà sul mercato più grande del mondo, e che non risparmia nessuno: anzi, ad uscirne meglio, almeno relativamente, è proprio l’Italia, che limita lo slittamento ad un -25,7%, pari a 41,3 milioni di dollari di vino esportato nel primo trimestre 2019, mentre nel periodo gennaio-marzo 2018, quando le spedizioni viaggiavano con il vento in poppa, si arrivò a 55,64 milioni di dollari. Peggio fanno sia la Spagna (-32%, a 36,02 milioni di dollari) che, soprattutto, la Francia (-30,88%, a 195,02 milioni di dollari, dai 282,13 di un anno fa). Limitano i danni, ma non invertono la tendenza, nemmeno Australia e Cile, forti di accordi commerciali a dazi zero sulle esportazioni enoiche, ma che registrano comunque un calo, rispettivamente, del -11,43% (a 197,83 milioni di dollari), e del -6,74% (90,07 milioni di dollari).
Questi, nudi e crudi, i dati che, come sottolinea il direttore di Ice Pechino Amedeo Scarpa a WineNews, “si commentano da sé, a conferma di un mercato che ancora non beve vino importato quanto potrebbe. E non è certo un fenomeno che riguarda solo l’Italia, al contrario, sarebbe fuorviante leggerlo così. Travolge infatti la Francia e, a seguire, la Spagna, ma anche i best performer come Australia (la vera rivelazione sul mercato cinese nel 2018) e Cile, che pure vantano accordi commerciali bilaterali preferenziali (a tariffa doganale zero sul vino) con la Cina. Nonostante ciò - continua Scarpa - abbiamo registrato tra gli stessi stakeholder di vino italiano in Cina un diffuso ottimismo su tenuta del mercato e andamento atteso per il totale anno 2019. Insomma, l’attenzione e le aspettative italiane su questo mercato non sembrano calare, nonostante questa fase di evidente e certificato rallentamento per tutti i principali fornitori esteri”.
Un calo che non nasce per caso, ma che anzi è legato ad una serie di concause. Prima di tutto, il perdurare delle tensioni tra Usa e Cina, che minacciano la fiducia degli importatori che, comunque, dopo tre anni di crescita degli acquisti si trovano di fronte, con ogni probabilità, a magazzini pieni e stock da smaltire. Un altro problema riguarda invece un passaggio generazionale tutt’altro che semplice: i nati negli anni Novanta non hanno ancora il potere d’acquisto sufficiente per pesare realmente, mentre tra le generazioni precedenti cala la frequenza di consumo. Da sottolineare anche l’arretramento dei consumi di vino nel mercato della Cina settentrionale, particolarmente evidente, causato da una mancanza di cultura enoica che ha spinto molti consumatori a tornare alle vecchie abitudini, e quindi ai superalcolici. Al contrario, come elemento positivo, va ricordata la tenuta di città fondamentali come Guangdong, Zhejiang e Fujian. Infine, l’apprezzamento del renminbi, la moneta cinese, sia sull’euro che sul dollaro.

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