Dalla ridefinizione delle competenze regionali (che avranno, a livello generale, maggiore autonomia) nella pianificazione faunistico-venatoria, all’eliminazione dell’obbligo, per i cacciatori, di scegliere per un’unica forma di caccia. Da una maggiore flessibilità nella gestione dei calendari, con l’ampliamento della stagione venatoria, al rafforzamento delle misure di controllo della fauna selvatica, con l’allargamento dei soggetti coinvolti, una novità che include anche gli imprenditori agricoli, muniti di licenza per l’esercizio venatorio e previa frequenza di corsi di formazione autorizzati, che potranno quindi svolgere le attività di controllo dei cinghiali trattenendo gli animali abbattuti, purché i capi siano stati sottoposti ad analisi igienico-sanitarie e non presentino rischi per la salute, a compensazione dei danni subiti e dei costi sostenuti. Ed ancora, dall’esclusione del lupo dall’elenco delle specie particolarmente protette all’inserimento dell’oca selvatica e del piccione di città tra quelle cacciabili; dalla validità nazionale dell’abilitazione al prelievo selettivo degli ungulati. E poi specifiche disposizioni per il contenimento del cinghiale, e gli interventi anche sul sistema sanzionatorio, aumentando alcune ammende e introducendo ulteriori ipotesi di sospensione del tesserino venatorio. Sono alcune novità della riforma della caccia (disegno di legge 1552 presentato nel 2025 con primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan) che è stato discusso, ieri al Senato, e che propone la modifica alla legge n. 157 dell’11 febbraio 1992, “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”. Per il Ddl la votazione finale è prevista la prossima settimana al Senato e anticiperà il passaggio alla Camera dei Deputati.
La “gestione” è la parola chiave del disegno di legge. L’articolo 1, infatti, punta a modificare il titolo della legge introducendo proprio la nozione di “gestione”, una modifica, spiega il Ddl, “finalizzata a chiarire che i contenuti della legge non si esauriscono nella sola protezione della fauna selvatica, ma si estendono a disciplinare un complesso di attività e di strategie funzionali alla conservazione, al controllo e all’utilizzazione del patrimonio faunistico, ai fini del raggiungimento di un punto di equilibrio tra la natura e le attività dell’uomo”. Inoltre, si legge ancora nel Ddl, “l’esigenza di un intervento normativo deriva dalla proliferazione della fauna selvatica terrestre”.
Un disegno di legge che divide e che ha generato numerose reazioni di parere favorevole come contrario, accendendo anche il dibattito politico con le opposizioni che vanno all’attacco. La segretaria Pd, Elly Schlein, ha parlato di un Ddl “incostituzionale” chiedendone il “ritiro immediato” e sottolineando che “la stessa Commissione Europea avverte che questa trasformazione rischia di compromettere il sistema di protezione stabilito dalla Direttiva Uccelli, aprendo la porta a deroghe adottate anche in contrasto con il parere scientifico”.
Secondo Cia-Agricoltori Italiani, “la riforma della legge 157/92 sulla gestione della fauna selvatica non è più rinviabile. La necessità di un nuovo quadro normativo più coerente con le mutate condizioni agricole, ambientali e faunistiche del Paese è da tempo la strada essenziale per affrontare una delle più grandi emergenze per la tenuta del mondo agricolo, come per la sicurezza dei cittadini, anche nelle aree urbane”. Cia-Agricoltori Italiani ha auspicato “la conclusione dell’iter di approvazione del Ddl entro la legislatura. Cruciale contenere il proliferare senza controllo degli ungulati, mantenendo un equilibrio efficace tra tutela ambientale, attività venatoria e salvaguardia delle produzioni, degli allevamenti e dei territori rurali. Ricordando gli oltre 2 milioni di cinghiali in circolazione, responsabili dell’80% dei danni all’agricoltura e le centinaia di incidenti di cui sono responsabili ogni anno”. Infine, Cia-Agricoltori Italiani chiarisce che “il principio di gestione, introdotto con la riforma, dovrà garantire, per essere efficace, misure preventive e un adeguato ristoro alle aziende agricole per i danni subiti, riconoscendo che si tratta di risarcimento e non di aiuto”.
Il presidente Confcooperative, Maurizio Gardini, nel commentare la riforma della legge 157 del 1992, passata all’esame del Senato, esprime un giudizio positivo: “per anni i nostri soci agricoltori hanno denunciato l’insostenibilità della pressione della fauna selvatica sui territori e sulle produzioni. Finalmente il Parlamento ha deciso di ascoltarli. Il provvedimento introduce il principio di gestione della fauna selvatica accanto a quello di tutela: un passo necessario e atteso. Mettere la gestione accanto alla tutela non indebolisce l’ambiente, lo riequilibra. Restituisce dignità al lavoro di chi quei territori li abita e li custodisce ogni giorno, a partire dalle cooperative nelle aree interne che rappresentiamo”. Il presidente Confcooperative Agroalimentare e Pesca, Raffaele Drei, ha aggiunto che “apprezziamo, inoltre, che il testo affidi agli stessi imprenditori agricoli il controllo del cinghiale sui propri fondi, con la possibilità di trattenere i capi abbattuti a parziale compensazione dei danni subiti, e che le organizzazioni agricole siano coinvolte nella perimetrazione delle aree di intervento. Le imprese che lavorano il territorio devono essere protagoniste delle scelte che le riguardano”. Resta dirimente, per Confcooperative, il tema della biosicurezza: “contenere la fauna selvatica è la prima e più efficace linea di difesa contro la peste suina africana, una minaccia concreta che mette a rischio l’intero comparto suinicolo nazionale. Su questo punto non è possibile abbassare la guardia”.
Slow Food Italia, invece, “si associa alle proteste di molte altre associazioni e chiede al Governo di fermare quello che reputa un grave attacco all’ambiente, alla biodiversità e alla sicurezza delle persone”. Per Slow Food “è molto preoccupante la possibilità che viene data ai cacciatori di cacciare fauna migratoria durante il periodo di migrazione pre-riproduttiva, ma anche su manti nevosi, durante la notte, e perfino in città. Il Ddl contempla, inoltre, la diminuzione delle aree protette, la possibilità di utilizzare visori notturni e silenziatori (anticamera per il bracconaggio), dà il via libera alla caccia illimitata nelle aziende faunistiche private e rende possibile la riapertura dei roccoli, strutture venatorie tradizionali progettate per intercettare gli stormi di varie tipologie di uccelli lungo corridoi migratori, una pratica vietata dalle leggi europee. Negli ultimi decenni sono crollate le popolazioni di uccelli selvatici. Circa la metà di tutte le specie a livello globale è in diminuzione. L’Italia ha perso un terzo delle specie di avifauna presente nei territori agricoli, con punte del 50% in Pianura Padana. Gli uccelli sono indispensabili anche per il contenimento degli insetti nocivi, perché se ne nutrono, e per questo andrebbero tutelati, sia dalla caccia, sia dall’uso sconsiderato della chimica nei campi”. Slow Food ha aggiunto che “in molte regioni italiane, specialmente nelle aree interne e più marginali, l’agricoltura è condizionata da una mancata gestione della fauna selvatica (cervidi e cinghiali) che danneggia i raccolti, ma non è questo Ddl che può sostituire una pianificazione attenta del contenimento di questa tipologia di fauna selvatica”. Per Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia, “da anni sono sotto attacco le tutele degli animali, vittime di squilibri che abbiamo creato noi con lo spopolamento delle campagne, con la riduzione delle aree naturali, con una visione antropocentrica che ci vorrebbe al di sopra dell’ambiente, quando, invece, ne siamo parte. Occorre costruire una coesistenza tra attività antropiche e fauna selvatica, riconoscendo il diritto di esistenza, ma soprattutto il ruolo riequilibratore degli animali selvatici, stabilendo regole chiare a tutela del bene comune e degli ecosistemi. Serve la volontà gentile di ricucire quello strappo tra esseri umani e natura che è causa di tanta sofferenza, più o meno consapevole. Non trasformiamo la natura in un grande luna park per poche persne, evidentemente molto potenti nei palazzi della politica. Questo disegno di legge si scontra con ciò che abbiamo il dovere di fare, cioè tutelare gli ecosistemi e la biodiversità che li abita: da questo dipende anche la nostra sopravvivenza”.
Anche Lipu, una delle più rilevanti associazioni ambientaliste italiane, era intervenuta sul Ddl che, “se approvato, aumenterà la pressione venatoria con un impatto negativo e potente sulla biodiversità e in particolare sugli uccelli selvatici, già sofferenti per via della perdita di habitat, dei cambiamenti climatici e di vari altri problemi ambientali, rappresentando un fattore devastante e un motivo di forte e diffusa preoccupazione”, appellandosi anche a Papa Leone XIV, con il Santo Padre che poi ha risposto alla Lipu, per tramite della Segreteria di Stato, esprimendo “apprezzamento per la sensibilità e l’opera nei riguardi di una questione di grande rilevanza sociale e morale”.
Copyright © 2000/2026
Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit
Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026























































































































































































