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Italia Oggi

Vino Koshu, un po’ di Francia sotto il Fuji … Il Giappone è conosciuto per il suo sakè, per la sua birra, per altri liquori e distillati come l’umeshu e lo shochu, ma il paese del Sol levante ha anche un’apprezzata tradizione in fatto di whisky. L’arcipelago orientale, con il suo clima umido e le frequenti e abbondanti piogge, non è però una terra ideale per il vino. Eppure, la vitivinicoltura si sta facendo largo anche nei dintorni di Tokyo, grazie a particolari tecniche di coltivazione della vite e a un’esperienza che arriva direttamente dalla Francia. Da tutto questo è nato il koshu, il vino più emblematico del Giappone, che anno dopo anno sta guadagnando popolarità in patria e nel mondo. La prefettura di Yamanashi, come racconta l’Agenzia France Presse, è la culla della viticoltura giapponese: qui, a un centinaio di chilometri dalla capitale, vengono coltivati piccoli vigneti che offrono grappoli dal colore particolare, tra il grigio e il rosa. Ogni grappolo è protetto da tanti minuscoli ombrelli di tela cerata, una difesa dalle piogge eccessive.Dall’uva raccolta in questa area si ottiene il koshu, un vino bianco, secco e leggero, che racchiude il terroir locale e la sua storia. Il maestoso monte Fuji sovrasta le viti, che sono coltivate a pergola, con un impianto che arriva a 1,70 metri d’altezza. “Ciò riduce l’esposizione all’umidità del terreno e fa asciugare meglio l’uva al vento”, spiega all’Afp Keiya Uchida, che con la sua famiglia gestisce la cantina Shirayuri, un’azienda vinicola fondata dal bisnonno nel 1938. Questi vigneti sembrano dei giardini pensili e le tecniche qui applicate sono frutto dell’esperienza francese, lo stesso Uchida ha studiato in Borgogna, ma anche la storia del koshu ha un filo diretto con il Vecchio continente. Quando negli anni settanta dell’Ottocento si iniziò a produrre questo vino, i primi viticoltori giapponesi si erano formati in Francia, poi le varietà di uva sono state migliorate, in modo da avere grappoli resistenti alle malattie anche grazie alla spessa buccia degli acini. Per anni questo vino è stato anonimo, poi la svolta è avvenuta nel 2003, quando alcuni test dell’Università di Bordeaux hanno rilevato particolari note agrumate. “Questo ha portato a ripensare i metodi di coltivazione e di vinificazione”, osserva Takayuki Tamura, il capo enologo dello Chàteau Mercian a Yamanashi, una delle principali tenute locali e di proprietà del gigante giapponese delle bevande Kirin. Poi nel 2018 è nata un’etichetta nazionale per distinguere i vini giapponesi autentici, che al momento rappresentano il 5% del mercato vinicolo nazionale, in mano a Francia, Cile e Italia. “Potrebbero raggiungere una quota del 10% nei prossimi cinque anni”, pronostica Mitsuhiro Anzo, presidente dell’associazione dei produttori di vino Yamanashi. Per l’export è ancora presto: nel 2021 si sono esportate bottiglie di koshu per 5 milioni di euro, contro i 300 milioni di sakè e ancor di più per il whisky.

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