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Italia Oggi

Puntare al rilancio dei vitigni autoctoni, come risorsa per caratterizzare ancor più l'offerta italiana, sul mercato interno, ma soprattutto su quelli internazionali. Un rilancio che non deve essere in contrapposizione, ma in alternativa a quei vini da vitigni internazionali, che hanno fatto grande, negli ultimi decenni, la viticoltura italiana. Una sfida, una provocazione, in cui si stanno impegnando già alcune regioni e singoli produttori. Le ombre, i dubbi e le perplessità, però, ci sono e sono emersi nel corso del forum sugli autoctoni, svoltosi ieri nell'ambito del quinto Salone del vino di Torino.
I problemi non sono pochi: tolti gli autoctoni "storici" (Barbera, Nebbiolo, Nero d'Avola, per citarne solo alcuni), altri, negli ultimi tempi, hanno avuto un vero successo (Sagrantino di Montefalco, Timorasso (colli tortonesi) o Cesanese del piglio (Lazio); ma centinaia di altri restano sostanzialmente nell'ombra. Sono stati catalogati oltre 1.600 autoctoni italiani, ma solo poche decine hanno una seppur piccola produzione; altri restano nelle cosiddette "casseforti del vino", quei campi collezione, in cui sono fatte sopravvivere solo alcune piante, per memoria storica. Inoltre, mancano seri studi pedologici su singoli autoctoni, per capirne le caratteristiche e per applicare le migliori metodologie colturali o di cantina. Se ricerche si fanno, queste sono sporadiche, legate a singoli territori o alla volontà di interazione tra produttori e istituti universitari. Infine, manca una normativa che faccia emergere lo status di questi vitigni, che pure occupano il 75-80% dell'enologia italiana.
Manca insomma una visione sistemica del problema, come ha sottolineato, tra gli altri, Attilio Scienza, presidente del comitato scientifico Vinum loci, nato tre anni fa in Friuli proprio per valorizzare gli autoctoni. Manca cioè un'analisi a tappeto delle potenzialità di questi vitigni, così come non esiste una strategia di marketing per lanciare i vini prodotti da questi vigneti. Insomma, manca tutto, a fronte di una crescente pressione di tanti vignaioli, che tentano la via di prodotti nuovi e diversi, ma anche di una non nascosta diffidenza da parte di molti enologi di grandi cantine nell'avviare esperimenti dall'esito incerto; inoltre, gli addetti ai lavori si dividono tra autoctoni da coltivazioni tradizionali e autoctoni da produrre con tecniche moderne. Pensare che, là dove un autoctono ha trovato la via del mercato, in pochi anni ha portato forti redditi ai produttori.
Un dato unificante è però emerso da tutti gli interventi: gli autoctoni si devono comunicare solo nel contesto del loro territorio, così da essere una vera garanzia per il consumatore. Ma a questo problema se ne affianca un altro di non facile soluzione: come garantire l'eventuale sviluppo commerciale di un autoctono dall'assalto di produttori extraeuropei, non vincolati dalle norme Ue? Un timore lontano, diranno alcuni, ma che già esiste, per esempio, per il Sagrantino di Montefalco, marchio non tutelato sui mercati internazionali.
E allora vale la domanda emersa da più interventi: quali sono le caratteristiche per definire autoctono un vino? Difficile una risposta concorde. E allora può essere valida la provocazione lanciata dal Consorzio del Collio, che propone come autoctono il suo vino di punta, quel Pinot grigio, coltivato da quasi 200 anni sulle colline che guardano la Slovenia.
Le idee, come si vede, sono tante, il dibattito è aperto ed è giusto che tutte le posizioni si confrontino; ma serve anche una rapida sintesi e una proposta ufficiale che sfoci in una normativa specifica, approvabile in una non semplice sede comunitaria. Il rischio di perdere un altro tram, per il vino italiano, resta, fino ad allora, alto.


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