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Italia Oggi

Troppi incidenti stradali. E troppo conformismo nei mass media ... Può darsi che funzioni come negli Stati Uniti ai tempi del proibizionismo, quando lo spaccio e consumo di alcol dilagarono proprio a causa delle leggi restrittive del governo federale. Da quando sono entrate in vigore le nuove norme del codice della strada, che inaspriscono le pene per chi guida in stato di ebbrezza, non passa giorno senza che i giornali dedichino, in prima pagina, un titolo alle stragi provocate dagli ubriachi al volante. Il fenomeno non era mai stato denunciato con questa frequenza nei decenni passati. E, allora, delle due l’una: o le leggi più severe hanno indotto molti cittadini a sfidare la sorte sbronzandosi ogni volta che devono mettersi alla guida, oppure (molto più probabile) i giornali, spesso pigri portavoce dell’autorità costituita, non si erano mai accorti della pericolosità del fenomeno. Perché siamo un paese dannatamente conformista. Una ventina d’anni fa un ministro della Repubblica decise che la principale causa di incidenti (e di mortalità) sulle strade e le autostrade doveva essere individuata nell’eccesso di velocità (salvo essere “beccato” mentre sull’auto blu infrangeva abbondantemente le regole da lui stesso imposte): e da allora le istituzioni si sono rassegnate a prender per buona quella spiegazione (un po’ semplicistica).
Giornali e telegiornali si sono prontamente adeguati attribuendo agli scavezzacollo (rei di viaggiare a 140 all’ora sulle autostrade, o di sfrecciare a 60 chilometri orari sulle strade cittadine, anche su quelle di grande scorrimento) la responsabilità delle migliaia di vittime sull’asfalto. Nessuno (o quasi) che abbia fatto notare che in Germania - dove non esistono limiti di velocità - gli incidenti sono di gran lunga inferiori che da noi, e le statistiche di morti e feriti non sono neppure paragonabili all’ecatombe italiana. Per venti o trent’anni, mostrando le immagini raccapriccianti delle vittime, coperte da un lenzuolo accanto a cartocci di lamiere fumanti, i telegiornali hanno denunciato gli assassini della velocità. Senza interrogarsi più di tanto sullo stato di lucidità di chi aveva provocato quelle tragedie. Ma adesso i titoli sono improvvisamente cambiati: “L’alcol continua a causare tragedie”; “Uno slavo, ubriaco e senza patente, provoca una strage”; “Ubriaco fradicio a Imperia uccide uno scooterista”; “Positivo al test alcolemico il conducente che ha ucciso una ragazza ad Ostia”; “Ubriachi al volante, continua l’emergenza. Tre morti a Palermo, Ostia e Imperia”; “Ubriaca ai volante uccide due giovani. Per l’alcol ancora morti sulle strade”.
Sembra il racconto di Robert De Niro in Re per una notte: “L’arrestarono per eccesso di velocità: andava a settanta all’ora, d’accordo. Ma era nel garage. Sapete che quando le fecero il test trovarono il 2% di sangue nel suo alcol?”. L’ipocrisia ha impedito per decenni di dire pane al pane e , soprattutto, vino al vino. Se un avvinazzato, con il naso rosso come un peperone, saltava la corsia di un’autostrada, provocando incidenti a catena, persino i testimoni s’affrettavano a rivelare che “correva come un pazzo”. Non come un ubriaco, per carità. Che poi l’ubriachezza (o lo stordimento da droga) allenti i freni inibitori e induca chi ne è preda a spingere sull’acceleratore, è un altro discorso. L’effetto è quello di vedere “lucciole per lanterne”. Esattamente come hanno fatto - fino a poche settimane fu - i nostri legislatori, gli addetti alla prevenzione, e troppi giornalisti distratti, o con la mente annebbiata da un whisky di troppo.

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