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Italia Oggi

Enocombustibili, facile via alla produzione di biodiesel ... La vite ha più rendimento energetico e lavorazioni meno complicate… Non si tratterà di mettere del prezioso Brunello, Barolo o Nobile nel serbatoio della propria macchina, ma il biodiesel potrà anche provenire dalle Langhe o dalle colline toscane. E già nello scorso marzo la Commissione europea ha indetto un’asta per lo smaltimento del vino in eccesso: un fiume di 65 milioni di litri che affluisce principalmente da Italia, Francia, Spagna e Grecia. Tradotto in carburante si tratterebbe di quasi 8 milioni di litri di bioetanolo che se usato in purezza riempirebbe il serbatoio di 79 mila 4x4. Lo stesso esecutivo di Bruxelles ha stabilito che entro il 2010 il 5,75% del combustibile utilizzato dovrà provenire da prodotti ecologici. E l’Italia è già sul podio europeo dei produttori di biodiesel con 447 mila tonnellata, terza subito dopo Germania e Francia. Tra le altre colture vi sono anche mais, barbabietola e canna da zucchero, manioca e sorgo da granella che a livello di tonnellate per ettaro, e quindi di litri per ettaro, hanno una resa di molto superiore all’uva, ma in relazione all’energia generata rispetto a quella utilizzata nel processo di produzione la vite batte tutti.
La spremitura e pressatura degli acini sono infatti un processo per ottenere lo zucchero di gran lunga più semplice rispetto agli altri. Ci si potrebbe allora chiedere quanto può produrre una vigna energetica.
A differenza delle colture mirate alla produzione di vini, vuoi per questioni di disciplinare, ma soprattutto per questioni di qualità, la resa per ettaro può essere superiore a quella ottenuta di solito dai viticoltori italiani. Il range di 50-100 quintali di uva per ettaro può arrivare a 200-250 quintali per ettaro con un risultato finale di 1.850-2.250 litri di puro biocombustibile. Che può essere utilizzato in una proporzione dal 5 al 15% da miscelare con combustibili derivati dal petrolio come il gasolio, e utilizzarlo tranquillamente nei motori diesel senza dover apportare alcuna modifica, e migliorando anzi il numero di ottani del combustibile. Ciò consentirebbe anche l’azzeramento del bilancio dell’anidride carbonica.
Infatti, la C02 prodotta durante la combustione di biodiesel è riutilizzata durante la fotosintesi delle colture destinate alla sostituzione del carburante consumato. In altre parole, l’anidride carbonica presente nell’atmosfera tenderebbe a mantenersi costante limitando gli effetti oggi provocati dai gas serra. Secondo l’European biodiesel board, che raggruppa i produttori di biodiesel europei, per ogni kg di ecocarburante c’è una riduzione corrispondente di 3 kg di anidride carbonica. Inoltre, grazie alla presenza di ossigeno nella sua molecola (circa l’11%), la combustione risulta migliore, non contiene idrocarburi policicli aromatici, non contiene zolfo. Non finisce qui. Infatti, secondo uno studio dell’Health and safety institute, l’equivalente britannico del nostro Istituto superiore della sanità, in linea con quanto riportato da studi americani convalidati dall’Epa (Enviromental protection agency), risulta che il particolato fine (PM1O) viene ridotto del 58%, con una diminuzione del 76% della parte più nociva, quella carboniosa (soot), in quanto più assorbibile durante la respirazione e anche quella non riducibile dai sistemi catalitici di abbattimento. Anche il monossido di carbonio ridotto del 58% ad alti carichi e composti aromatici subiscono una diminuzione del 68%, riducendo così l’impatto cancerogeno.
Uva, alternativa al pericolo mais. Rispetto ai 2.500 litri di biodiesel per ettaro coltivato a vite, il mais ha una resa equivalente di quasi 35 mila litri. Un fiume in piena che però presenta rischi. Il rapporto energia prodotta/consumata è paria 1,2 contro un rendimento di 11 per il vigneto. E poi c’è da considerare che il “boom” della produzione di etanolo in Sud America o Usa (dove la produzione ha raggiunto 600 mila hl/giorno con un aumento rispetto al 2006 di 138 mila hl/giorno) potrebbe avere conseguenze devastanti per la sicurezza alimentare mondiale a causa dell’enorme quantità di mais destinata in futuro alla trasformazione industriale.

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