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Italia Oggi

Cinque virus da escludere dai climi della vite ... Sono cinque i virus e le malattie virali di cui ne va sempre certificata l’assenza nella fase di selezione dei cloni della vite: degenerazione infettiva della vite (GFLV), mosaico dell’arabia (ArMV), assenza di GLRaV-1 o GLRaV-2 o GLRaV-3, accartocciamento fogliare e virus GVA e GVB. Sono esclusi a fortiori i materiali di moltiplicazione Ogm, mentre è prevista una deroga, sino al 2018, per le selezioni clonali per le quali gli impianti saranno già pronti entro la fine del 2008. Con il decreto del 24 giugno scorso, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 196 del 21 agosto 2008, il Mipaaf completa il quadro normativo relativo alle prescrizioni per l’immissione in commercio di materiale di moltiplicazione della vite, aggiornandolo al progresso tecnico-scientifico in materia di tutela fitopatologica dello stesso. La crescente diffusione di malattie da virus, viroidi e fitoplasmi nella vite impone, infatti, grande attenzione nella scelta e nell’utilizzo del materiale di propagazione che oltre a essere valido dal punto di vista genetico deve
essere esente da patologie che possano compromettere i risultati di campo della coltura. Per questa ragione, la normativa vigente, se da un lato cerca di favorire la
libera circolazione dei materiali di propagazione della vite nel territorio nazionale e comunitario
attraverso continui aggiornamenti delle classificazioni degli stessi a seguito delle modificazioni genetiche ottenuto, dall’altro controlla queste attività, prevedendo l’iscrizione delle varietà in un apposito registro nazionale e la certificazione delle condizioni per l’immissione in commercio (caratteristiche sanitarie, di purezza e identità varietale, etichettatura ufficiale riportante le indicazioni obbligatorie, confezionamento e sistema di chiusura prestabiliti e sotto controllo ufficiale). Ciò significa che un clone o una varietà di vite può essere commercializzato (in Italia e in Europa) solo se vengono certificate le loro caratteristiche distintive, di stabilità e omogeneità, ma soprattutto la presenza dei requisiti sanitari, di purezza e identità varietale. Tecnicamente, il decreto distingue due protocolli tecnici: uno per uve destinate alla vinificazione e uno per uve da mensa. La differenziazione non è tanto sulle patologie e sulle relative analisi da effettuare (biomolecolari e test Elisa), che sono comuni a entrambi, quanto piuttosto sulle verifiche funzionali alla classificazione del vitigno. L’attenzione maggiore è rivolta
ai vitigni da vino con elevata variabilità genetica e ai gruppi varietali di caratterizzazione
incerta. Per tutti comunque richiesta la costituzione di almeno un vigneto
di confronto con un minimo di 24 ceppi per clone innestato su un portinnesto di uso comune. Dopo tre anni e per tre anni di seguito vanno effettuati dei rilievi per verificare le potenzialità del materiale di propagazione sia sotto il profilo agronomico sia produttivo. Dal quarto anno e per due anni vengono invece condotte le analisi enologiche sulle uve e sui mosti da esse ottenuti (microvinificazione, analisi dei componenti, analisi sensoriale
aromatica).

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