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Italia Oggi

Mal dell’esca. L’unica arma di difesa è la prevenzione ... E’ la nuova peste dei vigneti. Il mal dell’esca è conosciuto fin dall’antichità, descritto da Plinio il Vecchio fin dal I secolo d.C., ma, attualmente sta divenendo una vera e propria emergenza. Malattia fungina molto complessa, che vede il coinvolgimento di più agenti patogeni (Philophora parasitica, Cephalosporium sp., Eutypa lata...), presenta sintomi ben definiti, primo fra tutti una particolare “tigratura” della foglia, con le zone internervali della lamina che diventano clorotiche e d’estate assumono un colore rosso brunastra il mal dell’esca è una malattia degenerativa che ha un decorso lungo, di alcuni anni, e che porta a un progressivo indebolimento della pianta e a un vistoso calo produttivo. Principale mezzo di diffusione della malattia sono gli interventi di potatura, ovvero l’apertura di ferite attraverso cui le crittogame si possono insediare, colonizzando la vite. La diffusione della potatura e della spollonatura meccanica, anche solo parziali, ha incrementato sensibilmente la diffusione della patologia. Unica reale arma di difesa è la prevenzione, proteggendo le superfici di tagli più grandi con mastici cicatrizzanti e disinfettando le forbici prima di passare da una vite malata ad una sana.

Fino a una decina d’anni fa, 2001 in Francia, per contrastare la malattia poteva essere utilizzato efficacemente l’arsenito di sodio, il cui uso per è stato proibito in agricoltura a causa della sua elevata tossicità per l’uomo e per l’ambiente Dopo il ritiro dal commercio dell’arsenito di sodio e del dinitroortocresolo che aveva pure manifestato una discreta efficacia, l’attenzione si è concentrata sul fosetyl Al, fungicida sistemico normalmente utilizzato contro la peronospora, che ha mostrato un’azione positiva purchè il protocollo di applicazione del principio attivo, basato su applicazioni con microiniettori, venga scrupolosamente rispettato. Si tratta di una procedura complessa e costosa, difficilmente esportabile in pieno campo. Per trovare soluzioni pi praticabili e accessibili è nato, qualche anno fa, un coordinamenti interregionale per la ricerca fitoiatrica contro il mal dell’esca, che si è fatto promotore di numerose sperimentazioni, concentratesi sopratutto sulle interazioni tra la patologia e lo stato nutrizionale della vite, testando l’efficacia di alcuni prodotti biostimolanti che sarebbero in grado di agire su meccanismi metabolici, così da migliorare l’assorbimento degli elementi minerali e favorire la pianta nel superamento degli stress ambientali.
Seppure le ricerche fin qui condotte abbiano fornito risultati contrastanti, i ricercatori hanno sempre segnalato una riduzione degli effetti sintomatici e un incremento quantitativo della produzione nel breve-medio periodo. Il contenimento della malattia è quindi il primario obiettivo della ricerca, anche in considerazione della modesta influenza del mal dell’esca sulla qualità delle uve e del vino. Le uve colpite, infatti, presentano un minor contenuto in zuccheri, che non comporta, però modifiche sul rapporto glucosio/fruttosio. Il contenuto in polifenoli totali ed in acidi fenolici è invece maggiore per i succhi proveniente da bacche colpite rispetto alle uve sane. Non si evidenziano variazioni sostanziali della frazione acidica e dei valori di acidità. E’ utile per segnalare che le uve colpite mostrano un contenuto in amminoacidi generalmente superiore rispetto alle uve sane. Alcuni di questi aminoacidi costituiscono la base chimica per la sintesi di alcol feniletilico, isobutanolo, 3-metil-1-butanolo e 2-metil-1-butanolo, composti che hanno una certa influenza sulle caratteristiche sensoriali del vino. E’ quindi soprattutto il danno quantitativo, l’aggressività della patologia, la sua rapida diffusione a preoccupare i viticoltori, rendendo necessaria la lotta al patogeno che però, oggi, è prevalentemente a carattere preventivo.

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