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Italia Oggi

La Francia con il vino alla gola ... Vignerons in piena crisi di consumi. Gli alti costi delle denominazioni trascinano i nettari fuori mercato... Crollo verticale dell’export. A salvar l’onore ci pensa una vodka... Vignerons col vino alla gola. Cantine piene ed esportazioni al lumicino affliggono i transalpini, alle prese con una crisi che si trascina da anni. Specie sui mercati stranieri, dove i consumi crollano, di pari passo alla grandeur. A soffrire sono soprattutto “les grands cru”, i marchi nobili. E c’è chi scopre che piccolo è bello, meglio se da tavola. “Sacrebleu!”, tuonava con malcelata ironia il “Times” del 22 febbraio scorso; vuoi vedere che ai francesi tocca dire addio all’identità regionale, che dovranno iniziare a promuovere l’uva? La prospettiva è inquietante; i puristi del vino transalpino non la buttano giù. Non è certo accettabile mandare al macino eccellenze e tradizione. Jamais! Eppure... i freddi numeri sciorinati da “Le Figaro” il 19 febbraio, oltre a ferire l’orgoglio nazionale, hanno spaventato produttori e amaterus. Le esportazioni di vini e distillati nel 2009 sono diminuite del 16,9% rispetto al 2008. A soffrire è la fascia alta. Lo Champagne è crollato del 27,9%, il Bordeaux del 23,2%, il Borgogna del 22,5%. Neanche Beaujolais (-16,2%) e Cognac (-15,6%) se la passano bene. Un disastro, segnato dalle lamentazioni di produttori e commercianti, capaci di esportare nel 2009 circa 1,6 miliardi di bottiglie divino (con una caduta dell’8,2% rispetto al 2008) e 600 milioni di bottiglie di bevande alcoliche (anch’esse in calo dell’8,6%). I numeri sono impietosi, è vero. Ma ciò che rende drammatica la situazione è il contesto globale: la crisi non ha compresso i consumi, rimasti sostanzialmente stabili. Ha semplicemente spostato le preferenze d’acquisto. Il crollo, misurato dalla Federazione francese esportatori di vino e spiriti è duro da digerire: le vendite sono scese del 16,6%, in valore 7,74 miliardi di euro. Così, a nutrire il revanscismo dei vignerons resta una bandiera. E, incredibilmente, è quella che non ti aspetti: una vodka. Ma distillata in Cognac. È la Grey Goose (inventata da un americano nel 1997 e acquisita da Bacardi-Martini nel 2004); una vodka francesina, che ha visto salire le esportazioni 2009 del 13,7%. Un boom. Più eclatante, perchè il resto del panorama è deprimente. A conti fatti, c’è solo una tipologia di vini francesi capace di invertire la tendenza al ribasso: sono i vini da tavola, quelli più economici, le cui esportazioni sono cresciute dello 0,3% tra il 2008 e il 2009. Andrea Sartori, presidente del’Uiv, spiega così a ItaliaOggi la crisi d’Oltralpe: “in Francia risentono di un arroccamento su posizioni conservative. Hanno un modo di fare marketing sorpassato e, probabilmente, il rapporto scelto qualità-prezzo non è quello che il consumatore cerca. Eppoi...” Eppoi? “Oggi c’è l’agguerrita concorrenza dei paesi del nuovo mondo, Australia, Cile, Sudafrica e Argentina, che offrono qualità interessanti a prezzi decisamente più bassi”. Insomma, a conti fatti è una crisi strutturale? “Temo di sì, anche perché il messaggio delle denominazioni francesi è complesso da capire per il consumatore estero. Hanno denominazioni territoriali diverse dalle nostre, sconosciute al largo consumo, anche se rinomate per gli appassionati”. E lo Champagne? Perché una simile debacle? “Gli manca proprio il giusto rapporto qualità-prezzo”, spiega Sartori. Che aggiunge: “il prezzo medio dello Champagne è troppo alto per la situazione economica mondiale. Senza contare l’effetto psicologico. Si tratta di un prodotto celebrativo. E con la crisi diventa di cattivo gusto”. Già, ma l’Italia è al riparo? Le produzioni d’eccellenza sconteranno la stessa crisi? “Lo stanno già facendo”, rivela Sartori. “Barolo, Brunello e Amarone hanno subito nel 2009 una battuta d’arresto. Il minimalismo colpisce anche l’Italia”. E allora? Come salvarsi? “Bisogna praticare qualità a un prezzo più vicino alle esigenze attuali dei consumatori. Eppoi comunicare, comunicare, comunicare. Il più possibile”. In Francia per stanno mettendo in discussione le loro denominazioni. Qualcuno dice che sono troppo onerose. Dovremo farlo anche in Italia? Dovremo rinunciare ai vitigni autoctoni? Ai disciplinari severi? “Assolutamente no! Non dobbiamo rinunciare al nostro legame col territorio: è l’unico modo per contrastare i paesi emergenti, che offono prodotti omologati. Piuttosto, continuiamo a valorizzare le nostre tipicità, lavorando meglio sulla variabile qualità-prezzo”.

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